Nell'essere menata da quell'impiegato Ester ebbe due fortune: una di trovare un discreto che non la fece aspettare in anticamera più di mezz'ora, che non la trattò villanamente, benchè avesse le apparenze di povera e si confessasse ebrea, che non la seccò di domande insistenti e superflue per soddisfare la sua curiosità; l'altra fortuna fu che quel medesimo impiegato conosceva appunto l'indirizzo dell'abitazione di Quercia.
Di questo modo adunque potè essa alla fine pervenire alla dimora di Luigi; ma colà trovava la desolante risposta di Varullo, che il padrone era fuori e non si sapeva quando sarebbe rientrato. Ester pregò perchè la si lasciasse aspettarlo; e il domestico, dopo alcune difficoltà, indottovi dalla bellezza della ragazza ed anco da un po' di compassione che gli avevan desta le supplicazioni e l'aspetto quasi disperato di lei, aveva finito per acconsentire. Più tardi era sopraggiunto Graffigna, il quale sappiamo che era conosciuto dalla giovane ed era informato della tresca fra lei e il medichino. Egli pensò che questi avrebbe a grado se gli avesse tolto dal suo alloggio la presenza della giovane ebrea, e inteso in poche parole da lei come e perchè fosse fuggita dal padre, e quindi come in ghetto non fosse possibile farla ritornare, non sapendo dove ricoverarla altrimenti, pensò condurla in Cafarnao, e giovandosi dell'autorità del nome di Luigi e del volere di lui, tanto seppe fare che indusse la giovane a seguirvelo.
Ricevuti dal medichino gli ordini che abbiamo udito dargli noi stessi, Graffigna erasi affrettato ad andare alla bettola di Pelone, dove aveva trasmesso nelle orecchie dell'oste il comando del capo, da comunicarsi a chi si doveva: nessuno osasse penetrare in Cafarnao, finchè un nuovo cenno tornasse a permetterlo; poi si era munito di alcune provvigioni da bocca, ed era trottato da Baciccia per ripetere colà l'avuta consegna ed introdursi nel sotterraneo, mentre nell'osteria di Pelone, secondo era stato deciso la sera innanzi, s'era distrutta la molla che faceva aprire l'usciòlo segreto nell'assito, s'era con lastre di ferro inchiodato l'usciòlo medesimo, e dietrovi otturato il passaggio con una muratura di oltre cinquanta centimetri.
Maddalena che non aveva udito la comunicazione di Graffigna e che dalla sua condizione di druda del medichino aveva il privilegio di potersi introdurre in Cafarnao senza chiederne licenza e senza manco farlo sapere a Pelone, tentava poco dopo aprire il passaggio segreto della stanza riposta e trovava sparito perfino il segno dove conveniva premere la molla; ricorreva all'oste meravigliata, domandandone spiegazione, e il bravo bettoliere che non ne sapeva meglio di lei non aveva altro da rispondere che con un uguale stupore. Qui venne il caso di raccontare alla giovane della commissione di Graffigna, e delle provvisioni da costui prese per una misteriosa abitatrice, come s'era lasciato scappar detto, del sotterraneo. La curiosità in Maddalena sorse immensa di botto, ma nacque ancora maggiore la gelosia. Certo si trattava d'una rivale. Ella voleva vederla; il pensiero che una donna era colà, dov'essa ancora la notte innanzi s'era trovata con lui, e stava aspettandolo, e forse già ne godeva la compagnia, questo pensiero, a quella violenta quasi selvaggia natura, era insopportabile. Uscì correndo della bettola, e fu in pochi minuti alla bottega di Baciccia. Colà affermò che essa veniva d'ordine preciso del medichino: ch'ella da parte di lui aveva qualche cosa da dire a quella donna che era stata lì dentro condotta. Baciccia credette e la lasciò passare.
Ester da parecchie ore stava aspettando, e la sua ansietà, una vaga paura venivano in lei accrescendosi sempre più. L'oscurità di quel luogo in cui la si trovava, le cose che in esso poteva scorgere al fioco chiarore di quell'unica lampada non erano acconcie a rassicurare ed invigorire la pover'anima della infelice abbattuta da tanto fisico e morale patimento. Eterno le sembrava il tempo a trascorrere, e via via si facevano strada nell'anima sua i più strani sospetti. Se Luigi era stato capace di tradirla, ella doveva crederlo capace di qualunque scelleraggine. Graffigna non era egli un cieco e devoto strumento di lui? Conducendola in quel sotterraneo luogo dov'ella era segregata da tutto il resto del mondo, non obbediva forse ai cenni dell'infedele e traditore amante, lieto di sbarazzarsi di lei? Non era ella fuggita alla ferocia dell'ira paterna che per cadere in potere alla crudeltà dell'amante voglioso di liberarsi d'ogni fastidio?
Mentre essa era nel peggio di questi tormentosi pensieri, la sentì vicino a sè un fruscio, un suono di passi, un soffio di respiro affannato, e levò gli occhi con un sussulto quasi di sgomento: innanzi si vide lo sguardo acceso d'odio, la faccia improntata di furore, le labbra dall'ira contratte d'una donna fieramente minacciosa.
Ester si alzò spaventata e si trasse indietro d'un passo. Maddalena avanzò il capo verso di lei, allungando il collo, guardandola sempre con ghigno feroce ma in silenzio, esaminandone con indagine maligna le sembianze, affondandole negli occhi i suoi acuti come lame di pugnale, tenendola sotto il fascino dello sguardo come fa la tigre alla sua preda prima di slanciarsele addosso a sbranarla.
— Chi siete?... Che volete? domandò alla fine Ester tremante.
— Ah! voi lo domandate a me? ruggì Maddalena afferrandola ad un braccio e stringendola come con una morsa di ferro. Gli è voi che dovete rispondere a me... Che cosa siete venuta a far qui?... Che audacia è la vostra d'introdurvi qui, di ardire sfidare ed affrontare la mia collera, il mio furore?
Ester liberò a gran pena il braccio dalla stretta della donna furibonda e traendosi indietro esclamò sempre più spaventata: