Il padre l'afferrava per un braccio, e la stringeva tanto con rabbia convulsa, da farle entrare nella carne le sue unghie ricurve da uccello di rapina.

— Che fai tu qui? D'onde vieni? che aspetti, sciagurata d'una perduta?... L'indovino... Tu hai cercato ricovero dal tuo drudo; ed egli che ha saziata in te la sua libidine infame, egli che è stanco della tua polluta bellezza, ti ha respinta, ti ha rigettata nel fango della strada, che è il solo luogo degno di te, vil creatura che muovi anche nei più abbietti schifo e disprezzo.

Negli occhi di Ester s'era accesa una fiamma — la trista fiamma del delirio e della pazzia. Con un nuovo vigore sopravvenutole, liberò il suo braccio dalla stretta del padre, e con voce vibrante, saltuaria, in cui non era più nulla dell'armonia e della soavità di prima, si diede a gridare:

— Disprezzo!.... Anch'io lo disprezzo... Comprò il mio amore colla moneta falsa del suo..... Egli è un vile!... Quel suo orpello d'amore prostituì a tutte le cantonate... Oh mondo infame!... Odio e disprezzo tutti... anche voi, padre mio... e maledico la vita, e me stessa, e lui... e voi che m'avete data questa trista esistenza!

Jacob fece un moto come per riprenderle il braccio: ma ella, vieppiù concitata ancora, gli diede uno spintone che lo respinse in là, barcollante, alcuni passi, e poi ratta prese la corsa e fuggì.

— Ester, Ester, gridò il padre che la vide in un attimo perdersi nell'oscurità delle strade: fermati maledetta!..... maledetta! maledetta!..... ch'io non possa vederti più che cadavere!

Il fiero, iniquo augurio doveva ben presto essere esaudito.

CAPITOLO XXIV.

Il domani di buon'ora, nella riposta abitazione di Mario Tiburzio, succedeva finalmente il colloquio, che questi, fin dalla mattinata del giorno innanzi, aveva cercato di avere con Luigi Quercia, e cui la fatalità delle circostanze aveva sino allora impedito.

Ascoltate le inattese e troppo spiacevoli comunicazioni dell'emigrato romano, Gian-Luigi rimase per parecchi minuti in silenzio, ma la sua faccia s'era fatta più scura d'una notte nuvolosa d'inverno. Mario era severamente triste, ma calmo e fermo come uomo che ha un'irremovibile risoluzione. Egli non aveva creduto necessario svelare a Quercia l'intromissione in quella faccenda di Massimo d'Azeglio, ed aveva solamente manifestata la necessità di contromandare ogni scoppio di rivoluzione, in seguito alle novelle ricevute dall'alta Italia, delle quali, come gli erano state scritte, a prova delle sue parole, aveva dato lettura.