— Signor sì....
— Ebbene andate, e dite loro....
Ma qui un altro avviso gli venne di subito.
— Aspettate. È forse meglio che vada io stesso a parlare a quei matti.
— Oh sì signore, esclamò con premura il capo-fabbrica: è appunto ciò che andavo meco pensando, che avrei voluto, ma che non osavo suggerirle. Ci venga Lei. Quattro sue parole... ma senza collera, mi raccomando... faranno più effetto di qualunque altra cosa sulla gran massa degli operai, che in fondo hanno sempre per Lei rispetto e riconoscenza.
— Allora ci vado.
E s'avviava, quando un servo inviato da Teresa venne a dirgli che Francesco, desiderando voltarsi nel letto, incapace com'era fatto di muoversi, s'abbisognava di lui intorno al ferito. Giacomo pose in non cale tutto il resto; ebbe anzi rimorso d'aver potuto un momento mandare innanzi al pensiero del figliuolo quello d'un altro interesse.
— Andateci voi, senza più, diss'egli affrettatamente al capo-fabbrica, dite loro che non rompano le tasche, e se non vogliono capire la ragione, mandateli al diavolo, che io non ne voglio più sentire a parlare.
E, lasciato lì quel brav'uomo, corse nella stanza di Francesco.
Il capo-fabbrica tornò nella officina tutto mesto e imbarazzato; capiva che il guaio era serio, che gli umori degli operai erano vivamente eccitati, e non sapeva che cosa se ne sarebbe conchiuso. In un'occasione ordinaria, Giacomo, colle sue maniere schiette, ardite, autorevoli e benevole nello stesso tempo, avrebbe forse potuto imporne agli operai e dominare il tumulto; il capo-fabbrica si sentiva senza influsso di sorta su quei riottosi. Pareva che la sorte, messasi ad un tratto ad avversare quella famiglia, volesse della disgrazia già mandatale, far cagione di un'altra gravissima.