I borbottii cessarono, successe un alto silenzio, durante cui gli operai si guardavano in faccia l'un l'altro; ma nessuno si mosse.
Una voce di mezzo ai gruppi sorse allora e disse spiccatamente:
— Prima di partire, vogliamo essere pagati di ciò che ci si deve.
Era la voce di Tanasio.
La domanda non era nè indiscreta nè fuor di luogo, ma Giacomo Benda non aveva in quel momento abbastanza di calma da capirne la giustizia e la opportunità.
— Ch'io vi paghi? gridò egli con bizza che gli fece arrossare le guancie e sfavillare più ancora di prima gli occhi. Nè anche un soldo vi vo' dar più, birboni che siete.... Ciò che vi si deve?... Ma per mille diavoli, e ciò che mi dovete voi pei guasti che mi avete fatti negli opifizi?
Gli si poteva rispondere che questo brutto vandalismo era l'opera di alcuni e che non era equo farne pagar la pena, defraudandoli dell'aver loro, anche a quelli che n'erano innocenti; ma Tanasio, l'oratore della rivolta, avanzandosi verso il principale colla sua occhiaia dritta allividita da un famoso pugno che gli era toccato nella lotta contro Bastiano, fu meno logico e più temerario.
— Codeste le son male gretole: diss'egli, vogliamo essere pagati, e ci faremo pagare.
— Ci faremo!? esclamò sor Giacomo al colmo dell'indignazione. Vi farò cacciare a legnate di qua, se fate l'insolente.
— Legnate a noi? urlò Tanasio, e volgendosi ai compagni: lo udite? Ci si toglie il pane, ci si spoglia di tutto, ci si nega perfino quel po' di sacrosanto denaro che ci fanno guadagnare stentando, e poi ci si minacciano le legnate come ai cani!... Giuraddio! che gli è tempo di metterli alla ragione codestoro.