Quercia sorrise, e fu d'un salto nel suo legnetto che partì di corsa. Ad un tratto l'antico amico e compagno di Maurilio si disse ad alta voce, come se avesse da fare ad un altro una subita interrogazione:
— E se sposassi Maria?
Si cacciò nell'angolo della carrozza senza farsi una risposta a parole; ma pensava: «Francesco facilmente morrà; ella sarà l'erede d'una grande ricchezza. Il mio passato lo saprò ben nascondere. Con esso saprò rompere affatto. Non sarà la brillante sorte che ho sognato nella mia ambizione, ma sarà sempre una bella sorte, e più felice dell'altra. È possibile? Se facessi avvenire la prossima lotta, e in essa lasciassi perire la cocca?»
Una confusione di pensieri qui lo assalse, tutti così neri ed aggrovigliati ch'egli stesso non ci sapeva discerner chiaro e vi aveva persino ripugnanza a tentare di farlo. La sua faccia annuvolata diceva tutta la tempesta che gli scombuiava l'animo. Ad un punto si tirò su della persona, e disse risolutamente come per fissare una determinazione presa:
— Bisogna salvare ad ogni modo la fabbrica e i tesori di Benda.
Ma pronunziate appena queste parole si riscosse ed un vero lampo balenò ne' suoi occhi, sulla sua fronte, sulle labbra.
— E i diamanti di Candida, prorupp'egli con impeto. Come farò per riaverli, poichè la vittoria della plebe è fatta impossibile?
Tornò ad acquattarsi al fondo del suo legno e la sua fronte divenne più scura di prima.
CAPITOLO XXV.
La sera di quel giorno medesimo, la taverna di Pelone rigurgitava d'avventori; e questi erano più chiassosi del solito, tanto chiassosi che la loro animazione scorgevasi facilmente prodotta non dall'eccitamento dell'ebbrezza soltanto, ma da quello d'una passione che li dominasse.