Erano in gran parte gli operai scioperanti della officina Benda, e quelli più riottosi, più amici e più d'accordo col sommovitore Tanasio; fra essi trovavansi eziandio alcuni di altre fabbriche, cui venivano indettando e stimolando, intenti ad attizzare in ogni modo il fuoco, alcuni de' più malefici fra i componenti subalterni della cocca. Marcaccio si distingueva per vivacità e per zelo di propaganda.

In mezzo a tutta questa gente, a tutto questo chiaccherio, a tutto il chiasso assordante che ne riusciva, scorrevano e si agitavano di mala voglia e con poco frutto, Maddalena pallida, con certe occhiaie allividite, e invece del solito sorriso procace sulle labbra, che sembravano assottigliatesi, con una specie di sogghigno tutto amarezza, lassitudine, scherno e dolore, e Pelone col suo passo di spettro più riguardoso che mai, colla sua voce cavernosa e con una nube di malcontento che veniva ogni minuto facendosi più fitta e più scura sulla sua fronte gialla e ne' suoi occhi infossati. Meo dalla mattina mancava, e non se ne sapeva più novella: di che Pelone bestemmiava maledettamente, riserbandosi di fare le sue buone vendette sulle spalle di quel grullo quando tornasse. Ciò faceva che quella sera erano peggio serviti del solito gli avventori, che erano sempre serviti malissimo; onde da tutte parti richiami, grida, imprecazioni, picchi di coltello nei bicchieri, pugni sulle tavole e va dicendo, che sarebbero stati anche maggiori, se l'attenzione di tutta quella gente non fosse stata presa da alcun che di estraneo e di straordinario, onde, come ho già detto, erano animati i varii crocchi che si accalcavano intorno alle tavole.

Ora, a raccogliere sulla fronte non olimpica del povero Pelone quella nube che vi si notava, non erano mica tutte quelle maledizioni di cui era fatto segno dalle labbra avvinazzate di quella brava gente di scioperoni e di birbanti, non era nemmeno solamente la mancanza inesplicabile di Meo; sibbene quel certo che di straordinario, cui la sua sagacia aveva notato di presente fino dalla prima ne' suoi avventori, e che, crescendo l'ebrietà in que' sbrigliati compagnoni, veniva sempre più manifestandosi man mano.

Pelone aveva scoperto che si parlava male delle autorità, che, incominciando colle minaccie ai ricchi, s'era venuti alle imprecazioni ed alle minaccie contro il Governo che sosteneva e difendeva i ricchi colle baionette de' suoi soldati, colle manette dei suoi carabinieri e poliziotti, colle toghe nere dei suoi giudici. Pelone udiva tutto codesto con un sacro orrore che gli avrebbe fatto drizzare i capelli sul cranio, se ne avesse avuti. Che cos'era questo impancarsi di politica e toccare l'arca santa del Governo? Una pazzia senza pari. Oh! s'egli avesse avuto l'audacia da ciò, e la voce nel petto e la eloquenza opportuna! Avrebbe voluto gridare a tutti quegli sconsigliati: «manica d'imbecilli, contentatevi di rubare e badate di sfuggire il capestro, senza tanti discorsi e senza entrare nella empia sciocchezza di simili sopraccapi.» Pochi dì prima egli, egli stesso, Pelone, aveva giurato e spergiurato a sor Barnaba, che quanto alla devozione al Re, alla famiglia reale, ai governanti per tutta la gerarchia, ai commissari di polizia ed ai gesuiti, nella sua bettola non si faceva un atto, non si pronunziava una parola che sapesse menomamente d'eresia; ed ora ecco che gli suonavano all'orecchio tali impertinenti temerità da far raccapricciare dal capo alle piante il suo sangue devoto di suddito fedele e sommesso alla monarchia, alla legge, alla prepotenza de' grandi, alle ingiustizie dei privilegi ed agli arbitrii della polizia. Che cosa fare? Andare a denunziare queste brutte novità al signor Commissario? La cosa era grave e ci aveva intorno a quel partito parecchie ragionate paure: la prima di tutte era quella di portare la sua faccia innanzi alla guardatura fosca ma penetrante del signor Tofi. Quegli occhi grifagni, ad ogni volta che se li era sentiti addosso, eragli sembrato che avessero a leggergli dentro, sotto quel cranio d'avorio ingiallito; e il bravo bettoliere aveva troppe buone ragioni perchè nessuno ci leggesse, e tanto meno un Commissario: e poi se ciò veniva a risapersi mai, quei furfantoni erano capaci di dargliene tal ripaga che povero a lui!... E tacere d'altra parte egli sentiva che era per l'affatto contro le sue opinioni esclusivamente governative, contro la sua coscienza e contro il suo interesse. Ah se Barnaba fosse comparso, od egli avesse saputo almanco dove pescarlo! A lui sì che si poteva far capire la cosa, e affidarsi tranquillo poi a quanto e' disporrebbe, senz'aversene egli da dare altro pensiero o comparir più comecchessiasi. Ma sì; dov'era egli quel povero sor Barnaba? E questa era un'altra cagione di paura e d'interno travaglio in Pelone, che non avendo più visto comparire il muso da faina del poliziotto, versava nella più penosa incertezza sulla sorte di lui. Conosceva troppo l'abilità di Graffigna per non aver sospetto sulla causa della sparizione di Barnaba, e il timore d'essere compromesso anche in codesto era in lui molto altresì. Per tutto ciò faceva scorrere in mezzo ai gruppi delle tavole la sua faccia scialba, improntata di cattivo umore, borbottando maledizioni fra le sue gengive.

Al desco dove sbraitava Marcaccio, sedeva eziandio Andrea, il marito della povera Paolina, ma di quanto mutato da quello di pochi giorni prima, che pure era già così diverso dall'Andrea dei tempi lieti! Pareva invecchiato di anni; aveva una cupa tristezza, cui l'ebrietà, invece che diradare o sminuire, faceva più fitta per dir così e maggiore; mostrava, nella guardatura, in certi sobbalzi della persona, un'inquietudine, un'apprensione che l'occupava costantemente; era l'incessante dominio di un'idea, quasi una paura, presso che un rimorso; la sua anima si sentiva afferrata dal male, come la sua volontà dalle morse di quell'organismo, di quel mostro complessivo che era la cocca; e anima e volontà si dibattevano in mezzo a quei vincoli, già fatte incapaci a romperli e sciogliersene, non ancora diventate tali da acquetarvisi. Di più nella sua esistenza del tempo trascorso dopo la capitatagli sventura che, per colpa di Nariccia, aveva dispersa così miseramente la sua famiglia e lasciatolo solo, pareva esistere un segreto, oltre quello della sua misteriosa entratura nel sotterraneo ricetto della vasta e potente associazione di malfattori e della sua opera — la prima criminosa che avesse fatto! — di fabbricarvi le chiavi false. Marcaccio, che di tutto il giorno non l'aveva più visto, non aveva potuto sapere dove Andrea avesse passata la notte, nè dove avesse posto sua stanza. Offertogli di andare con lui al bugigattolo che gli serviva di quartiere, Andrea aveva rifiutato ricisamente di tal guisa da non permettere d'insistere, ed alle richieste fattegli in proposito aveva risposto come chi non solo non vuole dire ciò che gli si chiede, ma non vuole che gli se ne parli altrimenti.

Ora posseduto da quell'ebbrezza in cui sventuratamente da tanto tempo andava cercando l'oblio della sue traversie, e presentemente cercava quello della sua pena ed anco lo stordimento del suo morale malessere, il povero Andrea bestemmiava ed imprecava ancor egli contro i ricchi, contro il Governo e contro la società; ma i ricchi per lui si personificavano nella scelleratezza di Nariccia e nella crudeltà di Benda, che lo aveva respinto dalla fabbrica, e il Governo e la società faceva egli risponsabili dell'appoggio dato coi loro ordinamenti e colla loro forza alle birbonate legali dell'usuraio padrone di casa, alla severità del fabbricante.

Pelone adunque raccapricciava a quei discorsi, e guardava su quale delle faccie degli uomini colà presenti vedesse la nobile impronta dalla spia, appostata lì a raccogliere e trasmettere all'orecchio di sor Commissario l'eco di quegli orrori. La sera fu lunga a passare per questo bravo bettoliere, e innumerevoli furono gli accidenti che in cuor suo mandò ai suoi indemoniati avventori, e quando finalmente verso la mezzanotte potè abbarrar l'uscio dietro le spalle dell'ultimo degli ubbriaconi messo fuori, Pelone mandò un sospiro tanto fatto e raggomitolatosi a suo modo sopra un seggiolo, le lunghe gambe ripiegate da quasi appoggiarvi su il mento, stette lì a pensare seriamente ai fatti suoi.

Innanzi a lui rimase piantata Maddalena, sempre pallida e mesta, in atto di chi ha qualche cosa da dire e non sa da che capo rifarsi.

L'oste agitava seco stesso questa grande quistione: «Domattina debbo andare o non andare al Palazzo Madama a spiattellare ogni cosa?»

Il suo spirito perplesso gli faceva dondolare il capo fra gli sbruffi della sua tosse profonda; del sì e del no che gli tenzonavano nella mente, vedeva tutti i disavvantaggi e non sapeva definire da qual parte fossero i maggiori. Avrebbe dato volentieri l'ultimo dente che gli ballava nelle gengive per un buon consiglio. In quella, Maddalena, che aveva atteso un poco, gli si accostò e, messagli una mano sulla spalla, disse: