— Oh! esclamò l'oste coll'indignazione dell'onestà calunniata. Ella mi crederebbe capace?...

— Dunque siamo intesi... Andate. Appena avrete qualche cosa da comunicarmi, venite; e fate che sia presto. Quando io abbia qualche istruzione più particolareggiata da darvi, manderò per voi.

Pelone uscì tirando tanto di fiato; non credeva di cavarsene a così buon patto. Se ne tornò all'osteria dominato da una vera smania di far meravigliare di sè e dell'efficacia dell'opera sua il terribile Commissario Tofi: avrebbe denunziato in quell'accesso di ardore anche suo padre.

Come il signor Tofi fosse stato così sollecitamente e così bene informato di quanto era successo la sera innanzi nella taverna di Pelone, sapremo più tardi: ora seguiamo anche una volta sor Commissario in casa del suo superiore, il conte Barranchi, dove Tofi si reca, rigido al solito, le mani nelle larghe tasche del lungo soprabito, con passo di carica a cadenza militare.

CAPITOLO XXVI.

Il conte Barranchi era fra quelli che avevano accolto con crudele rallegramento la notizia dell'esito del duello fra il marchesino di Baldissero e l'avvocato Benda. Se n'era egli per più ragioni compiaciuto, e perchè, come nobile, godeva del sopravvento avuto in quella contesa da uno della sua casta, sopravvento che a senno di lui e dei pari suoi doveva essere uno smacco di tutta la borghesia, di tutto quel liberalume che, a dispetto della cappa di piombo dell'assolutismo, voleva pure alzare il capo e le spalle; e inoltre perchè ce l'aveva amara contro quell'insolente di borghesuccio che aveva osato rispondergli con sicurezza, ch'egli battezzava per arroganza, quella sera al ballo della Accademia filarmonica, e cui quando egli s'era già data la soddisfazione di farlo arrestare, aveva dovuto con non poco rammarico rilasciar tosto in libertà. Di tutto ciò gli cuoceva come di una grave offesa personale che ne avesse ricevuta, e la palla piantata nel fianco a Francesco da Baldissero fu per lui come lo strumento provvidenziale della sua vendetta.

— Ma bene, ma benone, ma benissimo! aveva egli esclamato al caffè Fiorio gridando forte, fregandosi le mani e guardando intorno a sè con superba baldanza come per dire: «e se vi ha qualcuno cui le mie parole non garbino, si palesi se ci vale!» Se non che Baldissero ha fatto troppo onore a quel rien-du-tout a battersi con lui... Sì, che codesti galletti hanno bisogno di buone lezioni, ma affè mia vale anche meglio che i nostri ufficiali fiacchin loro le costure con quattro piattonate, e se vogliono voltare i denti, crénom! tagliar loro la faccia.

La sua irritazione s'era ancora accresciuta per ciò che il Re, sdegnato contro il marchesino di Baldissero, aveva voluto che subito fosse tradotto agli arresti in cittadella. Certo il conte Barranchi non osava contrastare menomamente ad un ordine di S. M.: ma nell'orecchio di alcuni fidi amici di sua risma era pur giunto a susurrare che quella del Re era una inesplicabile accondiscendenza a ces malheureux di borghesi.

Più tardi quando Tofi medesimo era venuto a riferirgli quel po' di tumulto che era successo nella fabbrica Benda, egli ci aveva trovato argomento eziandio di soddisfazione.

— Ah! ah! aveva esclamato ridendo con una malignità che era la più villana cosa del mondo. Ci ho proprio gusto. Vorrei che quella fabbrica e la casa di tal gente fossero state sovvertite fin dalle fondamenta. Non ci avrebbero che il fatto loro. E' si vantano amici del popolo, codestoro, liberali dei tacchi de' miei stivali; vogliono far libero il popolo, parlano dei diritti del popolo, e che so io..... Tò ben vi sta: ecco di che guisa vi concia il vostro buon popolo... E sarebbe buono davvero se ci sbarazzasse affatto di voi.