S'interruppe e stette un istante come sovraccolto da un'idea. Nato per la nobile missione che compiva di capo supremo degli ammanettatori, che avrebbe voluto ammanettare financo il pensiero, egli aveva nella mente corta, ottusa ed ignorante i lampi d'ispirazione del genio crudele che dettò tutte le infamie dei tiranni dell'umanità, dai Cesari di Roma ai Torquemada dell'inquisizione: gli balenò di subito al cervello l'orrendo concetto che guidò la polizia dell'Austria negli eccidi della Gallizia, appunto in quel torno di tempo: quello di scatenare le turbe ignoranti de' poveri contro i ricchi nemici dell'oppressione straniera, di far distrurre dalla plebe aizzata ed acciecata la classe colta fautrice di libertà.

— Sentite, Tofi: diss'egli dopo una breve pausa, e una mostra di riflessione apparve sulla sua fronte stretta e fuggente all'indietro. Se le cose si rimangono a far qualche danno a que' sciagurati dei Benda, non c'è gran male..... Quando avessero dei fastidii privati e finanziarii, quei valenti signori liberaloni non penserebbero più alla politica..... Dunque l'affare restando in quei limiti.... voi mi capite?

Tofi era troppo esperto per non comprendere quanto e più di quello che il suo superiore sapesse o volesse dirgli; e conosceva per prova che certi partiti, specialmente nell'ordine di quelle attribuzioni, non si formulano mai nettamente, e il subalterno accorto e che vuol farsi merito deve prima ancora indovinarli che capire, non lasciarli che leggermente adombrare da chi comanda, ed aver l'audacia, se il caso torni, di eseguirli sulla propria risponsabilità, anche a rischio di vedersi disconfessato e facilmente punito eziandio. Qui per Tofi si aggiungeva un'altra considerazione affatto personale, che lo faceva niente ripugnante al proposito accennato in nube dal comandante della polizia, di cui era conosciuta per prova in tutto lo Stato la predilezione pei provvedimenti estremi e feroci. Il Commissario, come ho già detto, era plebe ancor egli; di là era egli venuto, soffrendo mille stenti, e la sua esistenza, tutt'altro che piacevole ed agiata, era pure per lui il risultamento d'una lotta continua, aspra, irritante colle condizioni del suo stato sociale. Da ciò aveva egli recato seco un astio, che era un'invidia insieme ed un istinto demagogico di povero, contro la classe media che vedeva arrivare alla ricchezza e godere di tutti quei beni onde i suoi erano privi. Per la nobiltà, secondo lui (non già che si divisasse chiaro nella mente questi pensieri, ma li aveva in nube ed agiva anche senza saperlo in conformità dei medesimi); per la nobiltà, dico, quest'ingiustizia aveva ricevuto la sanzione del tempo, era un diritto storico, poteva supporsi che da principio la fosse provenuta da un fatto che la legittimasse; eppoi codesto entrava come elemento di quel regime dello Stato ch'egli serviva, di cui in buona fede non poteva credere esistesse il migliore, e cui volere anche in una lieve parte rimutare, era distrurre sciaguratamente tutto l'equilibrio; ma il ceto medio non poteva agli occhi suoi vantaggiarsi di nessuna di cotali ragioni. Esso era uscito pur ieri dalla massa comune; esso di quella somma di fortune che la classe privilegiata non aveva immobilitate in sè, accaparrava la maggior parte; esso che era uno spicchio così menomo dell'universalità del popolo, lasciando a tutto il resto nient'altro più che la miseria; e di più questa medesima classe ambiziosa ed audace, colle sue aspirazioni politiche minacciava quel reggimento a cui egli era devoto. Vi ho già detto che nel suo modo di trattare coi vari individui che gli cascavano fra le unghie, Tofi adombrava le sue simpatie: coi plebei, fossero pur ladri ed assassini, la sua ruvidezza scontrosa aveva tuttavia qualche cosa di famigliare, colle persone vestite di panni fini, qualunque fosse la causa che glie le menasse dinanzi, era villano, aspro, prepotente senza temperanza di sorta.

Alle parole adunque del Generale, egli ammiccò in un certo modo, e con prudente riserbo, rispose soltanto:

— Farò che V. E. non abbia ad essere malcontenta della condotta che terrò in questo affare.

Tofi uscendo dal Capo della Polizia già s'era fatto il criterio del modo di governarsi, e già si vedeva nella mente non che abbozzato, quasi colorito il disegno che intendeva seguire; ma le informazioni che aveva avute di poi, e propriamente quella mattina medesima, lo avevano chiarito che le cose non si rimanevano in quei limiti che aveva esposti al conte Barranchi, e che perciò occorreva avere con codestui nuove intelligenze e provocarne nuovi ordini; ed ecco perchè, assicuratosi il concorso di Pelone, il Commissario si recava ora di bel nuovo dal Generale Comandante dei Carabinieri.

Questi, alla relazione, breve, sommaria ma lucidissima, di quanto importava sapere, fattagli da Tofi, inarcò le sopracciglia, corrugò la fronte, scosse alquanto la persona impettita nell'uniforme, e parve affondarsi in una meditazione che doveva esser feconda di opportuni provvedimenti. Tofi, secondo soleva, stette immobile nella mossa del soldato senz'armi in presenza del superiore, ad aspettare.

Il Generale non era contento degli spedienti che si presentavano alla sua immaginativa, e lo mostrava colle smorfie della sua faccia più scontrosa ed antipatica del solito. Il brav'uomo non aveva che idee semplici e primitive, non sapeva scorgere in ogni cosa che una strada, la volgare battuta da tutti; e ciò non per manco di volere, ma di capacità. Qui egli ben sentiva che il caso era complesso, che vi doveva essere, che vi era un'occasione da raggiungere in una parecchi fini, da ottenere più d'un efficace risultamento in beneficio delle proprie opinioni, dei proprii intendimenti; ma codesto egli lo travedeva in nube, in digrosso, senza sapere far concreto il concetto ed arrivare a cogliere nessuna particolarità di mezzi. Se ne arrabbiava seco stesso; e tanto di più in quanto sentiva, suo malgrado, che quel subalterno, col suo contegno di subordinazione affatto inappuntabile, colla sua aria rozza e grossolana, il quale gli stava dinanzi aspettando e fissando su di lui uno sguardo che era tanto interrogatore da parergliene persino rispettosamente ironico; quel subalterno, dico, aveva in capo un'idea del da farsi, e dove fosse stato in luogo del superiore non avrebbe avuto bisogno, per prendere una risoluzione, nè di sforzi di cervello, nè di suggerimenti.

— Tofi, diss'egli poi, vedendo che il Commissario impassibilmente trincerato nella sua attitudine di rispetto, non accennava di venire in soccorso alla sua perplessità: voi siete uomo da comprendermi e da saper eseguire i più dilicati còmpiti.

Si fermò a soffiar forte con importanza; il Commissario rimase immobile come un pezzo di legno.