— Ma questo è un tradimento!
Andò su e giù della stanza con passo concitato, i pugni chiusi, gli occhi atterrati, le mascelle contratte.
— Mistero! Mistero! Mistero! gridò egli con una esplosione di rabbia profonda. Tutto è mistero in noi e fuori di noi. Dicevo che l'uomo è sempre via via diverso nella successione delle sue ore di vita. Gli è peggio: esso non è nemmanco mai uno nel suo essere, in un suo momento d'esistenza. Ecco, in che stanno ora due tendenze, due spiriti, due individui: l'uno è quello che ha scosso il fastello de' pregiudizi di quella grettezza di concetto, che gli uomini chiamano superbamente la morale; l'altro invece si sente riprendere a poco a poco dall'influsso di quella pretesa legge. Che sarei io, se non avessi infranto mai codesta legge, e camminato per la mia via ubbidiente all'ordine del contingente, al concetto dell'umanità presente effettuato nel reale? Quest'altro Luigi che ne sarebbe restato, io lo sento in me, lo porto meco in potenza, me lo vedo davanti nel campo oscuro e confuso della mia coscienza; e sono pur tutt'altro, e penso insieme in due modi diversi, e quel che voglia non so....
Crollò il capo nell'amaro sorriso dello scettico.
— Stolto! stolto! tre, quattro, cento volte stolto!... Noi non siamo che un risultamento. Non abbiamo neppure il diritto di chiamarci individui. L'universo può continuamente su noi, siamo l'opera sua incessante; materialmente o moralmente esso ci fa e ci disfa, atomi d'un nembo infinito di polvere, goccie d'un oceano sterminato. Noi non siamo nè una volontà, nè un disegno prestabilito, nè una monade indivisibile; siamo un aggregato in un oscillamento continuo de' suoi elementi.... Va al fondo di tutto questo, distruggi quella misteriosa forza di turbinio che chiama, agglomera e rigetta via via le varie molecole dell'eterno ambiente, che cosa ci trovi?... Il nulla!
Entrò nel riposto suo gabinetto che teneva sempre chiuso a chiave. Accese una dozzina di lumi, che sparsero colà un vivo chiarore rossigno, trasse da una specie di stipo un portaliquori in cui parecchie fiaschette di liquidi che a quella luce smagliavano con diversi e brillanti colori, lo pose sulla tavola innanzi a cui soleva sedere lavorando, e riempitosi un piccolo bicchierino di un liquore colore di smeraldo, lo tracannò d'un fiato. Si volse poscia ad una donna, che, discinta nelle vesti, mezzo nuda il seno, le chiome disciolte, pallida in viso, ma con occhi ardenti e labbra color di sangue, al veder entrare il medichino s'era sollevata alquanto della persona, appoggiandosi col gomito sul sofà dove giaceva distesa, e stava seguitando con isguardo sottomesso insieme e appassionato il giovane in ogni sua mossa.
— Maddalena! le disse Gian-Luigi con voce metallica, stranamente vibrante: ho bisogno di stordirmi, ho bisogno d'obliare, non fosse che un'ora. Questi liquori e tu dovete fare cotal miracolo anche questa volta... Te ne senti tu capace? Anche tu, povera donna, sei un inconscio elemento della mia vita. Segui la legge della tua natura e dàmmi quel che può dare il tuo essere. Il mondo lo chiama vizio e corruzione; lite di parole: è il frutto dell'albero, quale lo volle l'inconcepibile azzardo..... Tu non mi comprendi?... Che importa? Ora mi piaci; e ti basti. Percossa, scacciata da me, tu sei venuta trascinandoti sulle ginocchia a domandare perdono e la grazia di sedermi ai piedi... Ebbene, ti accetto, e ti rivoglio. Questo liquore m'inebria... ed anche il tuo bacio da vampiro, il tuo alito di fuoco m'inebriano..... Sono in faccia alla sfinge, sono in faccia all'abisso, sono in procinto di lottare coll'inevitabile... Ho bisogno d'ebbrezza.
Maddalena schiuse le voluttuose labbra al sorriso della Sunamite, e Gian-Luigi si precipitò fra le braccia che gli si protendevano, quasi direi palpitanti.
CAPITOLO XXVII.
Siamo alla sera della domenica. Il tempo è freddo e nuvoloso; la città, non ostante gli accesi lampioni, allora più scarsi che adesso non sieno, è avvolta nelle tenebre a cagione della densa nebbia che tutta la ricopre. In Piazza Castello, al fondo della spianata del Palazzo Reale, questo risplende per tutti i finestroni della luce che mandano i mille doppieri ond'è internamente illuminato: luce che, per la nebbia traverso cui è rifratta, diventa all'occhio del riguardante di colore rossigno. Anche i portici del Teatro Regio sfavillano d'una maggior luce, e sotto di essi passa, entrando ed uscendone, una doppia corrente di carrozze che colle loro lanterne dànno immagine d'un'ordinata, lenta processione di lucciole, il cui fuoco tremola palpitante traverso la nebbia della notte.