Tutto luce, animazione, sfarzo è nell'interno la sala del teatro illuminata a giorno, brillante per le acconciature elegantissime di quante più ricche e belle dame contenga l'eletta cittadinanza.
Si aspetta la venuta della Corte che deve comparire fra poco nel Palco Reale in cui centinaia di fiammelle de' doppieri si riflettono sulle dorature delle pareti, sull'oro dei ricami delle drapperie di velluto cremisino.
Il teatro è pieno zeppo di gente, le conversazioni da capo a fondo della vasta sala, su per ogni ordine di loggie, sono vivacissime, ma non potreste dire quella essere allegria che agiti quelle numerose teste, come il vento agita nel campo le rigonfie spighe della messe. È un'agitazione che ha tutte le arie d'un'aspettativa quasi ansiosa, è come un sentimento di affanno e di paura istintivo. Di che? Nessuno forse lo sa ben chiaro: ma si sente qualche cosa nell'atmosfera medesima che si respira che v'inquieta. Tutto il giorno quella specie di intima emozione ha dominato la città. Voci vaghe sono corse, piene d'un certo terrore, misterioso perchè indefinito; fu come se moralmente si sentisse il terreno vacillare sotto i piedi, accadde allo ambiente degli animi quello che alla natura, quando appressandosi un temporale, di cui non si vede neppure ancora la minaccia, già tuttavia si avverte una inquietudine febbrile anche negli esseri inanimati traverso la campagna. Questa disposizione degli animi è venuta crescendo. Si temeva che avvenisse qualche cosa, e si aveva una curiosità estrema di assistervi. Mai il teatro non era stato così gremito di spettatori. Voltavano le loro faccie aspettanti verso il palco reale che in mezzo a quella ricurva parete di loggie piene di gente, vuoto ancora, colla tanta luce che mandava, pareva appunto il campo in cui avesse da venirsi a scrivere la parola del destino.
Lungo tutta la giornata avevano occupati i viali della città e le più basse osterie dei sobborghi le turbe degli operai di quasi tutte le fabbriche, i quali con una meravigliosa intesa avevano intimato ai padroni la guerra dello sciopero. Nel pomeriggio, alcuni gruppi di plebei, mezzo avvinazzati, con faccie truci e minacciose, s'erano avventurati nelle strade perfino della città, tenendosi a braccia, urtando nel passaggio con villana provocazione i tranquilli cittadini, sbraitando a squarciagola sciagurate canzonaccie; una frotta di cenciosi era entrata in uno degli eleganti caffè, s'era fatta servire di quanto vi aveva di meglio, poi per paga avevano rotto chicchere e bicchieri, minacciato i garzoni, ed eran fuggiti solamente innanzi alla guardia che era accorsa. Una nuvola di arcieri, di veterani del Comando militare, di carabinieri e di guardie municipali aveva dato la caccia a queste squadre di tumultuanti penetrate in città e le avevano facilmente fatte ritrarsi; ma colà sui viali pareva che temessero ad andarli perseguitare e disperdere. I buoni borghesi se ne stupivano. Bene susurravasi che le due brigate di guarnigione avevano tutti i loro uomini consegnati alle caserme per essere pronti ad ogni evento, e diffatti non un soldato vedevasi per le vie; ben sapevasi che le guardie al Palazzo Reale, al Palazzo Madama ed alle quattro porte erano state rinforzate, ma pure la paura del tranquillo proprietario e del poco eroico bottegaio si domandava il perchè della tolleranza della Polizia verso quelle sembianze di riottosi. Erano i primi sintomi d'un'agitazione rivoluzionaria qualunque che si mostrassero all'aperto in quella monotonia di sistema repressivo: il Re, dicevasi, n'era sdegnatissimo; chi poteva recarsi a teatro era ansioso di accorrervi quella sera per leggere sulla faccia pallida e misteriosa di Carlo Alberto il riflesso, il ripercotersi, l'effetto di quegli eventi.
Nella folla che si serrava fra le pareti del teatro, c'erano eziandio molti dei giovani liberali che avevano ordita la trama di quella temeraria congiura politica per la libertà della patria. Avevano rinunziato, per le ragioni che sappiamo, al matto loro proposito; ma pur tuttavia erano accorsi colà dove la scena principale dell'immaginato dramma politico avrebbe dovuto avvenire, ed essi avervi sì gran parte. Pensando all'audacissima opera che s'erano assunta, il cuore palpitava ancora nel loro petto, e forse, nell'intimo, quasi tutti si rallegravano che la Provvidenza li avesse sciolti, senza lor fallire, dal terribile impegno. Più che agli altri batteva agitato il cuore a Mario Tiburzio. Quanto a lui, probabilmente, più tranquillo e' sarebbe stato, se l'arditissimo disegno avesse avuto da compiersi. La sua fede nel patriottismo del monarca era troppo ancora recente, e con troppo lieve forza radicata, perchè il suo animo vi si potesse acquetare.
— Noi abbiamo rinunziato ad una realtà forse, per un'ombra: dicevasi.
Gli tornavano alla mente le parole di Quercia e si domandava se non aveva questi ragione, se in lui, Mario, non era ufficio, quasi dovere di patriota, far violenza al destino. Coll'aiuto delle turbe suscitate da Gian-Luigi, la rivoluzione in Torino avrebbe vinto; le altre città sarebbero state trascinate dall'esempio; era questa una prospettiva possibile, più reale e più prossima che non la problematica promessa di un re, legata a circostanze che forse non si verificherebbero mai. Ora egli sta per comparire là in faccia a questo re, segretamente impegnato colla rivoluzione, in apparenza fiero sostegno d'ogni più stretta forma del passato, consacratosi, nell'ombra, campione dell'indipendenza della patria, alla luce della vita pubblica e del mondo diplomatico, devoto amico allo straniero oppressore. Da quelle tavole del palco scenico egli doveva gridare a quel discendente di principi la parola del popolo, a quell'erede di tante generazioni nella storia, il motto della generazione novella in un nuovo ciclo storico che doveva aprirsi; ora invece gli verrà innanzi a mandargli le note di un canto d'opera.
E pensava a Quercia, al principio ch'esso rappresentava, di cui fin allora egli non aveva tenuto calcolo a dovere, al suo persistere nella risoluzione della lotta, malgrado il ritrarsi di lui, Mario, e dei suoi. Aveva cercato più volte di Luigi affine di tentare ancora dissuaderlo, e non aveva potuto trovarlo mai; gli aveva scritto e non ricevutane risposta nessuna. Ora sentiva incomber su di sè una tremenda responsabilità di quanto fosse per avvenire. Non avrebb'egli dovuto, poichè da mutuo, solenne impegno eran legati, continuare a correre colla plebe la sorte medesima? Ma poichè, a suo senno, la riuscita impossibile e i danni crudelmente inutili, non era obbligo suo l'aver impedito in ogni modo che la fatal lotta succedesse? Gli elementi del suo giudizio morale si confondevano così stranamente e penosamente in lui, ch'e' non ci vedeva più lume. Si diceva che avrebbe dovuto morire coi rivoltosi che morrebbero; si diceva che avrebbe dovuto rendere impossibile lo scoppio, anche denunziandone il disegno: egli invece non aveva saputo che farsi, era stato inoperoso in una indecisione che era forse la peggiore delle colpe.
Mentre Mario Tiburzio stava tormentandosi di questa guisa nel camerino dove si vestiva, il teatro empitosi per l'affatto era tutto un brulichio. Fra gli habitués notavasi chi c'era e chi non c'era. Mancava la famiglia di Baldissero che aveva dato ad altri il suo palchetto, ma sapevasi che il figliuolo primogenito del marchese, in seguito al suo duello, era stato, d'ordine espresso del Re, condotto agli arresti nella Cittadella, e si capiva quella mancanza dai più, quantunque alcuni zelanti la giudicassero pur tuttavia quasi una colpa verso il Re, da parte del vecchio ministro di Stato: c'era invece la contessa Langosco di Staffarda, alla quale tutti s'accordavano nel trovare un'aria sempre più originale in quella evidente preoccupazione onde appariva posseduta.
Luigi Quercia, abbandonatamente seduto nella sua poltrona d'orchestra, guardava di qua e di là col suo cannocchiale, e scambiava parole allegre e vivaci coi suoi vicini dintorno, fra cui poco discosto il conte San Luca. Fuori di quel caldo e splendido ambiente, nella fredda oscurità di quella notte nebbiosa, stava per giuocarsi una tremenda partita, da cui dipendeva il suo destino: ed egli era là, sorridente di naturale e tranquilla gaiezza, con animo così leggiero e mente così libera, come se di nulla si trattasse. Fino al momento appunto di venire in teatro, egli ai capi della rivolta raccolti in Cafarnao aveva dato le ultime istruzioni, ed accomiatandoli aveva detto loro: — «Nel migliore della danza mi vedrete poi comparire e mettermi a vostro capo.» Li aveva guardati ad uscire con una strana espressione che pareva di sollievo, e gli era venuto in mente l'Ave Caesar, morituri te salutant dei gladiatori, i quali non dovevano uscir più dall'arena che morti. Aveva fatto dietro di essi un feroce sorriso; e levandosi i guanti che avevano toccato quelle mani, li aveva gettati per calzarne un altro paio di nuovi.