Carlo Alberto si avanzò fino al parapetto, da cui pendeva il tappeto, largo quanto l'apertura della loggia, di velluto cremisi con suvvi ricamato in oro lo stemma reale, ed intorno un'alta e grossa frangia d'oro. Tutte le signore nei palchetti s'erano levate in piedi e fecero la riverenza: tutti gli uomini in platea, ne' banchi ordinari e ne' seggioloni d'orchestra, s'erano drizzati del paro e voltati verso la loggia reale; alcuni applausi, ma freddi, cerimoniosi, senza spontaneità, suonarono dalle mani inguantate dei nobili e degli ufficiali dell'esercito, che smaltavano di loro spalline d'argento e dorate la massa compatta degli abiti neri.
Il Re s'inchinò leggermente, salutando a destra e sinistra con un cortese cenno del capo; questo saluto fece eziandio la Regina che gli veniva accosto, mezzo passo più indietro; poi sedettero, il Re in metà, la sua consorte a destra, e i Principi del sangue a loro lato dall'una e dall'altra parte; formavano così una linea smagliante in cui ripercotevano a gara i raggi della luce e i bottoni lucenti delle monture e le decorazioni che coprivano il petto degli uomini, e i diamanti che sfavillavano intorno al capo ed al collo della Regina e della moglie del Principe ereditario. Dietro questa linea, le dame sedettero in semicerchio presso le pareti della loggia; in piedi, secondo il rango assegnato dalle leggi supreme della gerarchia e dalla autorità irrefragabile dell'etichetta, stettero i dignitari dello Stato, i funzionari di Corte, i brillanti parassiti di vario genere che debbono dar lustro alla monarchia e vivere dello splendore di essa. Notavansi in quel gruppo numeroso di divise, di abiti ricamati, di gran cordoni e di crachats, tutti i ministri, S. E. il Governatore di Torino, il Generale comandante dei Carabinieri, conte Barranchi, l'Intendente Generale, tutte le Eccellenze possibili ed immaginabili; dietro la seggiola del Re, a pochi passi di distanza, da poter tosto esser pronto al menomo cenno sovrano, si teneva rigido, impettito, coll'aria d'importanza d'un uomo che fa da Atlante ad un mondo, il gran Cerimoniere di Corte. Egli diffatti regolava tutto quel mondo speciale — che a lui pareva più rilevante e maggiore dell'intiero universo — col codice dell'etichetta; per suo cenno passavano e sfilavano i varii fortunati personaggi a cui la carica o la volontà sovrana dava il privilegio di poter accostarsi colla persona incurvata alla spalliera della seggiola reale, udire qualche parola dell'augusto labbro, risponderne alcuna anche loro nello sprofondarsi in riverenze, e tornare a perdersi nel serbatoio comune de' cortigiani.
Gli spettatori si erano seduti di nuovo ancor essi e tosto dopo il telone si era levato per dar principio al secondo atto dell'opera. Mario Tiburzio era, come si suol dire, di prima scena, e si avanzò verso la ribalta, precisamente in faccia del Re. Fissò egli lo sguardo in quella pallida figura che aveva un vago sorriso sulle labbra, una nube di mestizia sulla fronte e il riflesso d'un segreto ardore negli occhi.
— Eccomi in faccia ancor io all'enimma coronato: pensò l'emigrato romano. La parola ch'esso disse di sè a Massimo d'Azeglio è la vera?
Pochi degli spettatori e nessuno dei nobili occupanti il palco reale, facevano attenzione allo spettacolo: e quindi non fu menomamente notata l'audacia di quella fissità di sguardo dell'umile artista di teatro verso l'augusta persona di chi sta sopra a tutti e a tutto nello Stato; ma ben la vide il Re. Svanì dalle sue labbra il sorriso; si accrebbe la nuvola sulla fronte, si smorzò come dietro un velo la ardenza degli occhi. Il Re si volse al Cerimoniere di Corte e fece un legger cenno di richiamo; l'importante personaggio accorse sollecito, il corpo ripiegato in due.
— Sa Ella dirmi il nome di quel cantante?
Il cortigiano guardò stupito la faccia del Re, da cui non si sarebbe mai più aspettato una simile domanda, essendo conosciuta da tutti la profonda di lui indifferenza per le cose dell'arte teatrale, e poi fissò, aggrottando le sopracciglia, quel miserabile di un artista che aveva l'onore di destare la curiosità sovrana.
— Non lo so davvero. Maestà, rispose: non è del resto che una seconda parte...
— Voglio sapere come si chiama: disse il Re.
— C'è qui il Presidente della R. Direzione dei Regi teatri; e certo egli potrà soddisfare al desiderio di V. M.