— Non si è mancato al dover nostro, Maestà. Mi sono messo in relazione coll'autorità militare per mezzo del signor Governatore e del Generale Comandante la divisione, e colla Polizia per mezzo del Generale dei Carabinieri, affine di stabilire un accordo comune in un'azione di concerto.
— E non ostante questo accordo e questo concerto, disse il Re con una certa ironia, ma velatissima, i guai non si sono evitati.
— È cosa di poco momento, Maestà. Non tarderà ogni tumulto ad essere represso, e la compiuta tranquillità ristabilita; anzi.... gli ordini sono già trasmessi... a quest'ora scommetterei che tutto è finito.
— Ma, in fine, quali sono i particolari del fatto?
— Una mano di sciagurati, la feccia proprio della plebe, fra cui alcuni operai, o tristi o traviati, tentarono penetrare in alcune fabbriche; ma noi che avevamo avuto sentore della cosa, abbiamo guernite le principali e le più minacciate, d'un certo presidio di guardie di polizia e di carabinieri; inoltre, siccome le truppe erano consegnate nelle caserme fin da questa mattina e l'ordine opportuno era dato, alla prima chiamata degli agenti di polizia, accorsero sopra luogo dei forti picchetti di fanteria. I tumultuanti, che al trovare l'inaspettata resistenza ed al vedere le divise dei carabinieri nelle fabbriche cui movevano per assalire, già nicchiavano, al sopraggiungere dei soldati, se la diedero a gambe; e così avvenne presso quasi tutti i minacciati opifizi.
Il Re, a prima giunta, non badò a quel quasi.
— E tutto è dunque finito così?
Il Ministro esitò.
— Mi dica ogni cosa: soggiunse vivamente Carlo Alberto.
— Disgraziatamente, riprese il Ministro, una di codeste fabbriche, la quale non si credeva minacciata, non fu custodita come le altre.