— Il fuoco, diss'egli con appena un soffio di voce sulle aride labbra: il fuoco! Ed io non posso far nulla nè per altri, nè per me! O mio Dio! O mio Dio!

Padre e madre accorsero presso di lui. A Giacomo la necessità di attenuare il pericolo alla mente del figliuolo, l'aver trovato delle anime devote e fedeli in que' cinque uomini che si consecravano anima e corpo alla loro difesa, avevano restituita tutta la sua primiera energia; si accostò al giacente la faccia sicura e parlò con voce tranquilla:

— È alla fabbrica che ne volevano quei scellerati; l'hanno invasa e vi appiccarono il fuoco. Ciò vuol dire che ora, contenti di sì bella impresa, noi ci lascieranno tranquilli.... Quanto al danno della fabbrica gli è nulla, perchè quella benedetta assicurazione contro gl'incendi a cui siamo associati ci compenserà d'ogni cosa.

La sua tranquillità così ben simulata, riuscì a calmare alquanto l'ansia e lo spavento degli altri.

— Ma, disse ancora Francesco, guardando attentamente negli occhi suo padre; l'incendio non può egli avvolgerci nelle sue spire e consumarci prima che i soccorsi sieno giunti?

— Oibò: rispose con fermo viso il padre. Esso è nel centro degli opifizi; per fortuna non c'è buffo d'aria che spiri, e prima che arrivi a comunicarsi ai fabbricati laterali, da cui potrebbe poi arrivare sino a noi, ce ne vuole. D'altronde quella mano di scellerati non tarderà a fuggire essa stessa innanzi alle fiamme da lei suscitate, e potremo noi medesimi per mano alle nostre trombe idrauliche e in brev'ora, anche senza soccorsi, spegnere l'incendio.

Ma la sicurezza e le lusinghiere speranze, cui manifestava, Giacomo era ben lontano dall'avere realmente in cuor suo. Egli, con fondamento pur troppo, temeva che le fiamme, già così potenti fin da principio per essere stato il fuoco appiccato in più luoghi, non tardassero ad appigliarsi ai corpi di casa che fiancheggiavano il cortile, dove avrebbero trovato una troppa e funesta esca nel fieno e nella paglia che vi stavano in abbondanza raccolti; era men vero che non soffiasse aria in quell'ora, chè anzi un vivace e frizzante vento del nord curvava le fiamme nella direzione appunto della casa, le flagellava ed agitava a farle più impetuose e più vive; dell'usare le trombe idrauliche non era pur da pensarci, chè la presenza dei saccheggiatori noi consentiva a niun modo, e che questi si sarebbero ritratti abbastanza per tempo da lasciar agio agli abitanti di provvedere a tal bisogna non aveva egli pure la menoma speranza. E poi, fosse anche ciò avvenuto, che avrebbe provato l'opera di sei uomini contro la terribile potenza d'un incendio di tali proporzioni? E nemmanco era sincera in lui l'opinione cui Giacomo aveva con tanta sicurezza espressa, che i rivoltosi, contenti di porre a fuoco ed a ruba la fabbrica, non avrebbero nulla più tentato contro la famiglia del principale e rispettatone l'abitazione; ben sapeva come l'uomo, una volta avviato giù per la china del male, precipiti per essa con moto accelerato fino a tal grado che non avrebbe mai sognato dapprima, e che tanto più ciò avviene delle masse di plebe, le quali, uscite dall'ordine, niuno può dire a qual eccesso nel tumulto non sieno per arrivare.

E le sue paure avevano diffatti ragione, e compiutamente; perchè il fuoco incitato dalla brezza si piegava verso l'abitazione, e già guadagnava lentamente le travature dei letti degli edifizi laterali; e, camminando più frettolosamente dell'incendio, una frotta d'uomini dalle faccie malvagie, dall'aspetto spaventoso, anneriti dal fumo il volto e le mani, gli occhi ardenti dalla cupidigia, dall'ardore della ferocia, dalla passione del delitto, s'avviavano verso l'abitazione della famiglia Benda guidati dal rosso chiarore dell'incendio che rifletteva la sua luce spaventosa sulle pareti e sui cristalli delle finestre della casa. In questo gruppo di sciagurati erano primi, s'intende, Graffigna, Stracciaferro, Marcaccio, Tanasio, e il misero Andrea, che ubbriaco fradicio, il cervello vieppiù eccitato da quello spettacolo, dal calore dell'incendio, dal fragore, dallo schiamazzo degli urli, da quel parosismo di furore, ond'era stata invasa quella turba scatenata, veniva ripetendo con crescente violenza:

— Ah ah! il sig. Benda non mi ha più voluto accogliere nella sua fabbrica. Mi ha mandato a crepar di fame. Sta bene; ora l'aggiusto io, la sua fabbrica e lui!

Appena penetrati nelle officine col mezzo che abbiam visto, mentre la folla degli operai si dava a guastare vandalicamente macchine, attrezzi e locali, quelli fra gl'invasori che appartenevano alla cocca, duce ed ispiratore Graffigna, si affrettavano al luogo dove per mezzo di Tanasio sapevano essere la cassa, e coi più acconci stromenti che loro forniva la stessa officina, giovandosi della forza straordinaria di Stracciaferro, in poco di tempo l'ebbero infranta e s'impadronirono di quanto conteneva. La forza di quel Sansone da galera, alla cui opera si doveva un così sollecito risultamento, venne ancora adoperata dal furbo Graffigna, che era l'intelligenza la quale metteva in giuoco quella macchina potente di carne ed ossa, affine d'impedire lo sperpero del bottino, ed evitare i guai che furono sul punto di nascere per la distribuzione del medesimo. Appena vista la preda, tutti quegli uomini si erano lanciati avidamente colle mani fatte ad artiglio per arraffarne la maggior parte che potessero; ma Graffigna, ponendo innanzi Stracciaferro, aveva gridato l'alto là colla sua voce fessa e sottile, che in quel momento solenne aveva trovata tanta forza da farsi udire distintamente in mezzo a quel fracasso indemoniato che aveva luogo tutt'intorno.