Stracciaferro che aveva imparato pochi giorni prima quanto fosse poco acconcio partito il resistere ai cenni di quell'uomo, diede per primo l'esempio dell'ubbidienza, e si avviò lentamente per partire, colla mossa e l'aspetto d'un mastino cui la mazza del padrone costringe ad abbandonare una buona preda addentata ed a ritirarsi la coda tra le gambe per paura delle botte. Egli non capiva nulla in questo subitaneo ed inaspettato intervento del medichino; l'impresa era stata da lui proposta, ordinata e concertata: il ratto della ragazza, come episodio della medesima, gli era stato detto doversi eseguire per desiderio e commissione di lui, ed ora ecco che egli medesimo veniva ad interrompere l'opera e ad opporsi a quel fatto che si voleva compiere in suo vantaggio; ma quell'animalaccio d'uomo, nella sua offuscata intelligenza, fatta sempre peggio ottusa dalla più volgare ebbrezza, non si crucciava gran che di capire più o meno le cose. Quell'uomo, oltre l'autorità morale dal consenso dei complici accordatagli e da lui colla sua superiorità acquistata, autorità contro cui la imbestialita natura di Stracciaferro non era la più disposta a piegarsi: quell'uomo, dico, gli si era imposto eziandio coll'autorità materiale della forza; e la belva in forma d'uomo, compiutamente domata, era decisa a sottostargli senza punto ragionare il perchè degli ordini.

Gli altri fra i presenti che appartenevano eziandio alla cocca, e quindi conoscevano la persona e l'impero del capo di essa, erano disposti ad ottemperare agli ordini di lui; ma la massima parte di quei rivoltati, estranei a quella scellerata associazione, oppure aderenti alla medesima negli ultimi gradi, senza aver visto mai la misteriosa persona del supremo duce, non si rendevano, e non si volevano render ragione del come questo sconosciuto avesse da venire con tanta audacia a dar loro l'alto-là, ed essi dovessero obbedirgli; onde, passata quella prima impressione che la comparsa, le sembianze, la voce di Gian-Luigi avevano fatta su di loro, visto che gli era un uomo solo ad opporsi alla tumultuosa frotta di tanti, e senza il menomo contrassegno di pubblica autorità, non tardarono a prendere, tutti di tacito accordo, il partito di non dargli retta menomamente, e se l'incauto volesse persistere in quella sua ridicola pretesa di comando, avvolgerlo anche lui nel numero delle vittime, e soffocarlo insieme cogli altri sotto il fiotto della loro sommossa. Con parole ed atti di minaccia, di scherno, di offesa, i riottosi per ciò si serrarono e mossero di nuovo all'assalto anche contro il nuovo venuto. Questi s'era posto risolutamente a lato del signor Benda e dei quattro suoi difensori che ancora rimanevano più o meno offesi dalla corta, ma terribile ed inegual lotta già sostenuta; ed erano di nuovo sei uomini contro una ventina e più di assassini ferocemente eccitati. Quei della cocca, che conoscevano il medichino, rimanevano infra due, non osando certo muovere ad atti ostili contro di lui, rincrescendo loro dover lasciare la preda sul migliore, poco disposti ad ogni modo ad unirsi ai pochi, per farsi ancor essi opprimere dai molti; si ritiravano quindi o parevano disposti a sostenere la parte di spettatori indifferenti nella nuova fase che aveva presa quello sciagurato dramma di violenza e di sangue.

La sorte dei Benda, malgrado l'intervento di Gian-Luigi pareva oramai perduta, perchè contro tanti assalitori qual probabilità di felice successo poteva avere la difesa, per quanto eroica, di sì pochi? Quando la Provvidenza fece loro arrivare un nuovo e più efficace aiuto.

Venne esso annunziato da una mezza dozzina di giovinotti che in quel punto si precipitarono nella stanza, campo di sì disgraziata lotta, i quali si schierarono rattamente dalla parte degli assaliti, gridando nello stesso tempo con quanto ne avevano in gola:

— Coraggio! coraggio! Son qui che arrivano i bersaglieri, i carabinieri e le guardie a fuoco.

A capo di questi giovinetti erano Giovanni Selva e Romualdo, e la schiera componevasi di quei generosi ed imprudenti congiurati, i quali, secondo il primitivo progetto della cospirazione, quella sera medesima dovevano compire nel Teatro Regio un atto così importante della preparata e sognata rivoluzione. Benchè, come abbiamo visto, a quei matti disegni si fosse rinunziato, codestoro, attratti dalla curiosità, erano pur tuttavia intervenuti a quello spettacolo in cui essi avrebbero dovuto compire sì arrischiata e matta parte; e colà perciò avevano udito ancor essi le novelle che vi erano giunte dell'assalto e del saccheggio dato alle officine del sig. Benda, il cui figliuolo, per tanti rispetti in quei giorni degno d'interesse, era ancora loro specialissimo amico e compartecipe delle loro idee e dei propositi. Senza por tempo in mezzo, col generoso slancio che è proprio della gioventù, erano corsi a difesa dell'amico; e venendo verso la fabbrica di galoppo avevano incontrato e sopravanzato i drappelli della forza pubblica, che pure di buon passo si affrettavano verso il luogo del tumulto.

La subita irruzione di codestoro, e più le parole da essi pronunciate, mutarono di nuovo apparenza alla scena. I riottosi tornarono ad arrestarsi, balenarono alquanto, i meno infuocati si diressero solleciti verso la porta d'uscita. Al di sopra del rumore che faceva nel cortile, negli opifizi e nel resto della casa la turba dei saccheggiatori, si udì il suono aspro delle trombe dei bersaglieri che suonavano la carica. Negl'insorti fu un salva chi può generale; si slanciarono nel corridoio che menava alle scale, precipitarono giù di queste, spingendosi, urtandosi, accavallandosi, montando uno sopra gli altri come un gregge di pecore spaventate che vuol fuggire il lupo ond'è inseguito.

Quasi al fondo della scaletta si intopparono in un ostacolo che loro sbarrava il passo. Erano Graffigna e Marcaccio, i quali dopo molti sforzi e molta fatica erano riusciti a staccare dalla parete a cui stava infissa la cassa di ferro, e venivano giù lentamente, portandola non senza disagio. Ma l'onda precipitosa dei fuggitivi superò quell'inciampo. I due ladri furono urtati, avvolti, trascinati, per poco non gettati a terra e calpesti: la cassa cadde loro di sulle spalle, rotolò giù degli scalini, e i fuggenti la saltarono via man mano senza che alcuno tentasse pure fermarsi per raccattarla. Il grido che mandavano parecchi: «Sono qui i bersaglieri,» il suono delle trombe che si avvicinava diedero ragione di questo panico a Graffigna ed a Marcaccio, i quali, con una rabbia da non dirsi, bestemmiando nel più scellerato modo del mondo, dovettero piantar lì la loro preda e non pensarono più che a mettersi in salvo ancor essi: impresa questa che ad uno dei due non doveva riuscire.

Il portone era stato spalancato dai saccheggiatori medesimi, i quali s'erano così aperto il varco ed alla fuga ed al trasporto delle derubate masserizie; per esso entrarono al passo di corsa, la baionetta a capo degli schioppi, i bersaglieri che si diedero alla caccia dei saccheggiatori fin tra le fiamme dell'incendio.

Dietro i bersaglieri arrivavano i carabinieri e le guardie a fuoco, che tosto si accinsero all'opera loro salvatrice ponendo in moto le trombe idrauliche che avevano condotto seco e quelle della fabbrica tuttavia incolumi e non tardava ad arrivare di poi anche un battaglione di linea che coadiuvava i bersaglieri ed i carabinieri nella caccia ai fuggiaschi e le guardie a fuoco nel periglioso lavoro di combattere il terribile incendio.