Due ore dopo i fatti qui addietro narrati il fuoco era non ispento, ma circoscritto almanco, ed ogni pericolo per la casa di abitazione cessato. Quercia, che nell'adoperarsi contro l'incendio, aveva dato prove di tal coraggio, forza e sangue freddo da mandarne meravigliati tutti quelli che l'avevano visto, così bene che il comandante dei carabinieri, il maggiore di fanteria, il capitano dei bersaglieri e il capo delle guardie a fuoco glie ne avevano manifestato la più entusiastica ammirazione e s'erano proposti di rendere il dovuto omaggio nel loro rapporto al merito ed al valore di lui; Quercia, dico, verso mezzanotte, si presentò alla famiglia Benda a toglierne commiato. Il disordine accresciuto del suo abbigliamento, il fumo e la polvere ond'era lordo, i panni ed i capelli suoi perfino, riarsi dalle fiamme, indicavano abbastanza qual parte di rilievo avesse egli presa in quella lotta contro l'incendio, cui ora veniva ad annunziare essere domato per l'affatto. Gli opificii e le rimesse erano affatto distrutti; i cavalli dalle aperte scuderie erano fuggiti per la campagna folli di terrore e forse non si sarebbero più riavuti; il danno era gravissimo, ma in paragone a quello che avrebbe potuto essere, che aveva minacciato di avverarsi, poteva dirsi tuttavia che la sorte, impietositasi poscia, avesse voluto risparmiare la colpita famiglia. La cassa di ferro del gabinetto di sor Giacomo, abbandonata dai malandrini nella fuga, era stata ricuperata intatta.

A Francesco, assalito ora da febbre gagliarda e cui vegliavano tutti i congiunti, i quali volevano stare riuniti, quasi timorosi che separandosi non avessero da rivedersi più, si ministrava di quando in quando un cucchiaio di pozione calmante, mentre sul capo gli si tenevano pannolini immollati d'acqua fresca, che erano le sole cose cui Quercia avesse detto essere da farsi per allora.

Luigi esortò tutti a porsi a letto e prendere un po' di riposo. Giacomo ne aveva assoluto bisogno, e dovette cedere: Maria e Teresa non vollero muoversi di là, e si prepararono a passar la notte, avvicendandosi or l'una or l'altra al capezzale del giacente, e riposandosi negl'intervalli sopra il lettuccio da sedere. Quercia si partì di là coperto, accompagnato dalle benedizioni e dalla riconoscenza di quella famiglia, avendo più a fondo ribadito nell'anima ingenua di Maria un funesto, fatalissimo amore. Si partì in apparenza commosso, e ognuno avrebbe detto, vedendolo, che il suo cuore eziandio era pieno di turbamento, di tenerezza e d'affetto. Maria lo credette per cosa sicura.

S'avviò egli lentamente a piedi, giù del viale, per ritornare in città. Siccome nello sbaraglio aveva perso pastrano e cappello gli erano stati forniti un cappello ed un mantello di Francesco; egli s'avviluppò bene per difendersi dal freddo notturno di quell'ora dopo le dodici, e fatti pochi passi s'arrestò un istante a gettare uno sguardo su quella casa da cui era uscito allor allora. Una strana espressione si dipinse sul suo volto, cui sarebbe stato difficilissimo il definire: era come un'ironia, quasi uno scherno e insieme un lampo fugace di contentezza. Crollò il capo e tornò ad avviarsi. L'incendio che finiva di consumarsi fra le muraglie annerite degli opifizi e tratto tratto mandava ancora una fiammata, diffondeva pel cielo fatto nebbioso, sui rami secchi degli alberi coperti di neve, sul terreno in cui la neve indurita dal gelo suonava e scricchiolava sotto i piedi, dei riflessi di luce rossigna d'un effetto pieno di cupa tristezza. Al fracasso di poche ore prima era succeduto un alto silenzio, rotto di quando in quando da qualche voce delle guardie a fuoco che ancora vegliavano a guarentigia e tuttavia volgevano di tempo in tempo il getto d'acqua delle trombe idrauliche su qualche punto della fabbrica incendiata.

Tutto era finito. Quella sera fatale preparata con tanto lavorìo, aspettata con tanta ansia, su cui Luigi aveva fondato tante speranze delle quali una parte aveva ancora conservata non ostante l'avverso volgere degli avvenimenti: quella sera era passata, e che cosa ne aveva egli raccoltato? Nulla. Aveva compiutamente fallito in ogni suo disegno, come in ogni desiderio. Che cosa gli restava da fare? Come conchiudere quella sua sorte ch'e' sentiva minacciata? Sparire per tornar poi un giorno? Rinunciare per sempre e sprofondarsi nell'oblio? Lottare ancora, resistere con maggiore audacia di prima ai sospetti del mondo?

Di botto egli ruppe in un riso secco, metallico, vibrante di malvagia ironia, quale la potente fantasia di Goethe dovette udire suonare al suo pensiero dall'evocato demone dello scherno.

— Strano, strano: esclamò egli: strano e supremamente burlesco, come ogni episodio di questa gran commedia che è la esistenza umana. Commedia? Una miserabile farsa affè di Dio! Quel matto d'un azzardo, che gioca ai birilli cogli uomini, ha vinto, contro la mia intelligenza e contro la mia pretesa libera volontà, una partita di frode in cui sono rimasto bellamente deluso. Ho creduto di accavallare come un Titano monte su monte per dar l'assalto all'Olimpo, e non sono riuscito che a rammontare un mucchio di miserabili pietre da fare alla sassaiuola; avevo sognato di trovarmi a capo d'una plebe in furore, che colla potenza irrefrenabile del numero tutto abbatte e distrugge, ed ho dovuto oppormi io stesso e star contro a quattro arfasatti e scellerati d'ubbriaconi cui si fanno alzar le berze collo scudiscio. La macchina di guerra, che avevo sognato terribile e cui volevo rivolgere contro le più potenti istituzioni sociali, eccola cambiatasi in un miseruzzo di razzo che va appunto ad appiccare il fuoco ad una meschina di casuola privata che avevo pensato far salva. Erostrato fallito, invece che il tempio di Diana, non sono riuscito che ad appiccar fuoco ad una capanna; parodia di Catilina non ho manco potuto far tremare il Senato e ispirare la rettorica d'un Cicerone; rimango un vile assassino qual prima, che deve nascondersi nelle tenebre e cercare coll'arte della dissimulazione o colla fuga uno scampo. La maschera che già mi cadeva, di cui sento già tanto uggiosa impazienza, bisogna riassicurarmela sopra il viso.

Ripetè quel suo ghigno mefistofelico; ma chi l'avesse potuto vedere avrebbe notato nella contrazione delle sue sembianze l'indizio manifesto d'una ira dolorosa che gli tormentava l'animo.

— E tutto con pari successo: riprese a dire fra sè. Quella famiglia Benda ho le maggiori ragioni del mondo per voler sempre più ricca, e ne scemo con vistosissimi danni le sostanze; Francesco, morendo, mi recherebbe un considerevole vantaggio e la sorte fa di me lo stromento per salvarlo dalla tomba... Io non posso adunque più comandare a nulla, nè agli uomini, nè agli avvenimenti?

Tacque un istante, camminando a capo basso, sempre più cupo nel volto.