— Ci siamo alla ripassata: pensò Graffigna che si tenne pronto a sfoderare il suo discorsetto di difesa; ma non ebbe alcun bisogno di esso, perchè fu di tutt'altro argomento che il loro capo li trattenne a voce bassa, concitata, quasi fremente. E questo argomento dovette riuscire moltissimo aggradevole a Graffigna, perchè i suoi occhietti, che sembravano forati col succhiello, si diedero a brillare d'una fiamma allegra e vivacissima.

— Ah finalmente! esclamò egli battendo insieme le palme delle mani, quando il medichino ebbe posto termine al suo dire: questo sì che mi va!

— La va anche a me! bofonchiò Stracciaferro colla sua voce rauca, rotando intorno uno sguardo feroce.

Tosto dopo uscirono tutti tre, e l'uno mantenendo una certa distanza dall'altro, volsero i passi verso una comune direzione — che era quella della casa di Nariccia.

CAPITOLO XXX.

Erano le due circa dopo la mezzanotte. Torino dormiva immersa nel più alto silenzio e la strada stretta e tortuosa in cui sorgeva la casa di Nariccia era d'ogni altra più deserta, più scura, più abbandonata, più taciturna. Tre uomini s'arrestarono alla porta da via della casa nominata: il più piccolo e sottile di corpo fra essi trasse fuor di tasca una chiave bene inoliata ed aprì senza il menomo rumore l'uscio pesante che chiudeva quella porta; poi chetamente entrarono nell'andito i tre individui, primo uno di spigliata corporatura, alto di persona, di portamento elegante e quasi direi autorevole, secondo un omaccione di forme colossali, pesante nell'andatura, dalle sembianze e dai panni della più abbietta plebe, ultimo l'omiciattolo che pareva avere ne' piedi scarpe di feltro, tanto era senza rumore il suo passo guardingo. Quest'omiciattolo perchè la serratura dell'uscio non venisse chiusa, fece entrare a forza un picciol cuneo di legno nell'apertura per cui scattava la stanghetta a molla, poi rabbattè pianamente l'imposta sullo stipite. Inoltratisi di pochi passi nell'andito, il medesimo piccol uomo trasse di sotto ai panni una lanterna di quelle chiamate occhio di bove, la cui luce però poteva accecarsi mercè il giro d'una lastra che serviva a coprire il vetro, l'accese e passò innanzi a rischiarare i passi dei suoi compagni.

— Un momento: disse con voce sorda l'uomo dalle sembianze signorili.

Gli altri due si fermarono. Colui che aveva parlato trasse fuori una maschera di seta nera e se la pose sulla faccia; la qual cosa vedendo, quel piccolo dal corpo sottile disse a mezza voce, quasi parlando a sè stesso:

— Eh! ancorchè vedano le nostre bellezze quei due che stanno qui su, non avranno più tanta salute domani da andare a dire altrui chi fu a far loro visita stanotte.

Ed un orribile sogghigno sulle sue labbra tirate completò l'orribile significato di quelle sue parole. L'uomo che s'era messo la maschera non disse verbo. Ah! ben lo sapeva ancor egli che gl'infelici, ai cui occhi egli stava per comparire come uno spettro in quell'ora tremenda, non avrebbero di poi sciolto la lingua mai più; ma pure, in questa, come in altre simili orribili imprese, a cui aveva già preso parte pur troppo, egli non voleva che le sue vittime potessero vedere il suo volto, quasi sperasse con ciò che, non riconoscendolo, non potessero accusarlo al Giudice Eterno, innanzi a cui stavano per comparire. Quand'ebbe assicurato ben bene alle sue orecchie i cordoni della maschera, che lasciava scoperta soltanto la fronte — una pallida fronte solcata in mezzo da una ruga profonda, — quell'uomo fece silenziosamente cenno ai compagni proseguissero il cammino. L'omiciattolo entrò innanzi facendo lume col raggio della cieca lanterna rivolta a terra; salirono col passo guardingo e sospeso sino al secondo piano e s'arrestarono innanzi all'uscio chiovato di ferro del quartiere abitato dall'usuraio Nariccia. Colà quel medesimo della lanterna trasse dalle tasche un piccol mazzo di chiavi nuove, il cui ferro lucente rimandò con vivo riflesso il raggio che l'uomo fece cadere sopra loro dall'occhio di bue per sceglierne due fra esse: queste così trascelte mise egli nelle toppe di quell'uscio pesante, e col meno rumore che fosse possibile aprì una dopo l'altra le due serrature chiuse a doppia mandata. Il battente allora chetamente sospinto cedette alla mano; ma non s'aprì di più della larghezza di quattro dita; chè un altro ostacolo lo trattenne: era una forte catena di ferro passata traverso l'uscio e tenuta fra due ganci infissi nelle imposte.