L'omiciattolo mandò fra i denti una bestemmia, a cui fece eco un'altra peggiore vomitata dall'omaccione; quello dalla maschera nera si avanzò.
— A codesto non avevi pensato tu: diss'egli a voce sommessa con tono di rampogna, e il piccolo a cui era rivolta la parola rispose:
— Signor no; ma non monta... Non è quest'io che sia preso mai alla sprovveduta.
E tratta sollecitamente di tasca una finissima lima, si pose a segare con essa uno degli anelli di quella catena con tanta abilità quanta può dare una consumata perizia. In dieci minuti l'anello era rotto e l'uscio spalancato. I tre individui s'intromisero in quel quartiere come tre ombre. Questa volta l'uomo dalla maschera entrò l'ultimo, e chiuse dietro di sè con attenzione il battente dell'uscio.
Nariccia, dopo quell'ultima volta che Gian-Luigi l'aveva visto, recandogli in pegno i diamanti della contessa di Staffarda, avea sentito accrescersi il suo malessere, e poco o punto giovamento glie ne avea recato il farmaco di cui il medichino gli aveva scritto la ricetta. In quel giorno che era da poche ore finito, egli era stato più male che mai: aveva avuto delle vertigini, delle soffocazioni, dei granchi alle braccia ed alle gambe, una debolezza di corpo ed una confusione di mente, come non aveva provato mai. Postosi in letto di buon'ora, non aveva fatto che girarsi agitato di qua e di là fra le coltri fino passata mezzanotte, ed erasi finalmente addormentato da poco di un sonno pesante, irrequieto, tormentato, pieno di brutti sogni, affannato dall'incubo che lo faceva gemicolare dormendo. La sua vecchia fante, Dorotea, aveva offertogli di andare per un medico, di fargli dell'infusione di camomilla, di passar dallo speziale e richiederlo di qualche farmaco che gli potesse giovare; ma Nariccia non aveva voluto nulla, e le aveva comandato di lasciarlo tranquillo; la donna era andata a coricarsi e non aveva tardato ad addormirsi della grossa.
L'usuraio dormiva adunque, ma come se una parte dell'anima sua stesse vegliando per avvertirlo quando qualche pericolo s'avvicinasse a minacciarlo, l'anello della catena che sbarrava l'uscio d'entrata era appena infrantosi, ch'egli si svegliò in sussulto, nè più nè meno che se una mano estranea lo avesse riscosso, e si levò a sedere sul letto, tendendo ansiosamente le orecchie. Non udì nulla, ma pure il suo istinto avvertiva la presenza d'un nemico. Fece a rassicurarsi da se stesso: le sue buone serrature erano ben chiuse, ed erano tali che grimaldello nessuno valeva ad aprirle, la grossa catena di ferro passata traverso i battenti dell'uscio, questo in complesso così forte che ad abbatterlo sarebbe stata necessaria una catapulta. Eppure la sua inquietudine non cessava. A forza di stare coll'animo sospeso e l'orecchio tirato, gli parve d'udire un fruscio nel corridoio che menava alla sua stanza; afferrò con mano sollecita un mazzo di fiammiferi che aveva sul tavolino da notte e ne soffregò uno per accendere il lume. Forse non era che un topo; forse non era che uno di quei lievi rumori di cui non si può conoscer la causa, che si sentono la notte nei luoghi abitati, scricchiolar di legno nei mobili, o un soffio d'aria traverso una fessura, od uno staccarsi della tappezzeria dalla parete; ma ad ogni modo voleva vederci chiaro.
— Sacr.....! aveva detto l'omiciattolo che colla lanterna in mano precedeva i compagni nel corridoio, camminando con piede leggerissimo e cauteloso; quel birbone indemoniato di Nariccia, mio buon amico, è già sveglio... Converrà far presto a stringergli il gorgozzule, od egli si mette a gracchiare da far saltar fuori tutti i casigliani.
Acceso il lume, Nariccia tornò a sentire più spiccato e preciso il rumore. Non era più un'illusione questa volta, nè poteva avervi dubbio di sorta: era un passo; il pavimento del corridoio cedeva sotto il piede pesante dell'omaccione dalle forme erculee.
L'avaro spaventato gettò le gambe giù della sponda del letto per levarsi, e intanto con quanto ne aveva in gola si mise a gridare:
— Dorotea! Dorotea!... C'è i ladri... Chiamate aiuto... Accorr'uomo! Accorr'uomo!