— Chi è?

— È il Commissario: rispose brusco il poliziotto interrogato.

Don Venanzio, poichè il vecchio prete era lui, il quale stava appunto aspettando con molta calma e rassegnazione, ma non senza sollecito desiderio, la venuta di codesto autorevole personaggio, spinto da un subito impulso, fece un passo verso il signor Tofi, con un gesto supplichevole nella mossa ed una parola interrogatrice alle labbra. Ma il fiero signor Commissario volse su quella faccia aperta e bonaria uno sguardo così burbero e incollerito sotto le sue sopracciglia aggrottate, che il povero Don Venanzio rimase lì in asso, il piè sospeso, la bocca aperta, la voce estinta nella gola. Il signor Tofi passò.

— Signori: disse il parroco di campagna alle guardie, in mezzo a cui rimase, bersaglio ai loro sguardi e sogghigni schernitori: adesso che vi è il Commissario, potrò finalmente parlargli?

— Aspetti: gli si rispose col tono insolente che suole avere verso i deboli questa razza di gente, quasi a compensarsi della viltà della loro soggezione innanzi ai forti. Quando il signor Commissario vorrà ricevere, chiamerà.

Il signor Commissario aveva attraversato il corridoio ed era entrato nella stanza che precedeva il suo gabinetto.

L'impiegato che sedeva alla scrivania, vedendolo entrare si alzò tutto rispettoso ancor egli, nè più, nè meno di quello che avevan fatto le guardie.

— Barnaba, s'è visto? Domandò ruvidamente il signor Tofi senza rispondere nemmeno col menomo cenno al saluto, senza levare nè il cappello di testa, nè le mani di tasca.

— Signor sì: rispose l'impiegato. Egli è nelle stanze dell'altra torre dove prepara un particolareggiato rapporto per Lei.

— Mandatelo a chiamare.