L'agente s'inchinò con tutta umiltà e s'avviò verso l'uscita. Quando ei fu per aprir l'uscio, il signor Tofi soggiunse:

— Passando dite che s'introduca quel prete cui mi ha mandato il Comandante.

Barnaba trasmise l'ordine ricevuto alle guardie dell'anticamera, e poscia uscendo del palazzo Madama si diresse verso l'osteria di Pelone.

Chi gli fosse stato accosto, avrebbe potuto udirlo borbottare coi denti stretti:

— Gli è colui la cagione della mia disgrazia, lui che mi volle far scacciare, lui che possiede l'amore di Zoe!... Oh! dovrà pur venire un giorno ch'io ne terrò la sorte nel mio pugno!

CAPITOLO V.

Don Venanzio colla letterina del marchese di Baldissero, erasi affrettato verso il Palazzo Madama; dove informatosi del luogo in cui fossero gli uffici del Comandante di piazza, eravisi introdotto umile e rispettoso. I soldati veterani, sotto uffiziali i più, che, conosciuti dal popolo col nome di ordinanze di piazza, facevano presso quell'uffizio poliziesco-militare da guardie di polizia insieme, da uscieri e da tavolaccini, non accolsero con molta deferenza questo vecchio ed umil prete dagli abiti poveri e dall'aspetto modesto. La richiesta di lui, d'essere ammesso a parlare coll'illustrissimo signor barone Panciù della Montoria, maggiore di fanteria nell'esercito di S. M. il re di Sardegna, Comandante della piazza di Torino, parve loro poco meno che una temerità in tale che non aveva il brillante degli spallini, l'autorità d'un alto impiego, l'imponenza d'un nome aristocratico e nemmanco il distintivo (in quel tempo non così comune come adesso) di una decorazione. Di certo il nostro buon sacerdote non sarebbe arrivato al suo intento se non fosse stato del bigliettino di S. E. il marchese di Baldissero, ministro di Stato.

A questo nome le faccie irte di baffi di quei bravi veterani fazionati dalla disciplina alla sprezzosa ruvidezza verso i borghesi, cominciarono a diminuire l'altezzoso, severo cipiglio. Uno di essi non disdegnò di prendere il biglietto e di recarlo nella camera vicina, dove un altro l'avrebbe preso per trasmetterlo ad un terzo il quale avrebbe poi avuto l'onore di consegnarlo nelle proprie mani del signor barone comandante: imperocchè già fin d'allora (cosa bellissima ed opportunissima che si è venuta perfezionando e crescendo) codesti uffizi, come tutti gli altri eziandio, erano affollati di utilissima gente occupata a non far nulla.

Ma il potente talismano di quella lettera fu appena pervenuto nelle autorevoli mani del signor Panciù della Montoria, il quale, in benefizio dello Stato, sbadigliava gravemente crogiolandosi in una soffice poltrona presso il fuoco, che la causa del buon prete ebbe il cento per cento di guadagno. Il signor Comandante si degnò di suonare un campanello, ed a chi si presentò alla chiamata si degnò di ordinare che desse ordine a chi di dovere, perchè le ordinanze dell'anticamera lasciassero entrare il postulante. Così avvenne che Don Venanzio penetrasse sino nel gabinetto di quell'illustre personaggio.

Udito di che cosa si trattasse, il signor Comandante, voglioso di soddisfare al desiderio manifestatogli da un potente, quale il marchese, guardingo eziandio di non compromettere la sua dignità colla Polizia civile, da cui dipendeva in realtà la definizione dell'affare, recossi sopra se stesso e riflettè profondamente. Ma egli non era incanutito nel glorioso servizio della pacifica milizia di quel tempo per non trovare in simile occasione la salvezza della capra e dei cavoli. Levò fieramente la testa, come uomo che sa d'avere una felicissima idea, ed ordinò che il prete campagnuolo fosse scortato di sotto al pian terreno nell'ufficio del signor Commissario e si dicesse a costui che era desiderio di lui Comandante, la domanda del prete venisse esaudita.