— No, no, calmati: s'affrettò a dire il parroco vedendo tanta commozione e tanta ansietà nel giovane. Il marchese bene trovò ardite le idee espresse in quello scritto, ma notò in esso tali traccie d'ingegno, che anzi desiderò vederti e parlar teco. Io gli promisi che nel giorno stesso di domani t'avrei condotto al suo cospetto.
Queste parole, invece che rassicurare, parvero turbare vieppiù il povero Maurilio.
— Io!.... Presentarmi a lui.... dopo ch'egli avrà letto?.... oh no, oh no mai!
E si coprì colle due mani la faccia.
— Ma che cos'è? domandò il prete meravigliato di quella tanta commozione, cui, per le ragioni ch'egli conosceva soltanto, trovava eccessiva. C'è alcuna cosa in quel tuo scritto che ti debba far vergognare a comparire innanzi ad un onest'uomo?
Maurilio strinse forte il braccio di Don Venanzio, che s'appoggiava sul suo.
— Vergognare, no, perchè non c'è colpa nè viltà qualsiasi; ma temere sì... Innanzi alla superbia aristocratica di quel blasonato, la mia può parere un'audacia insolente...
— Ma spiegati!... Che cos'è in fin dei conti?
— Spiegarmi?... Non posso... È un segreto della mia anima, effuso entro quelle pagine in versi bollenti che eruppero come una lava; è un atto di quella mia vita interiore che dev'essere, che voglio chiusa ad ogni sguardo indiscreto... Nessuno ha da conoscere quel segreto e meno di tutti il marchese.
Don Venanzio rimaneva perplesso senza comprendere come alcuna qualunque attinenza, come indicavano le parole del suo giovane amico, potesse esistere fra il marchese e Maurilio che non si conoscevano il meno del mondo.