La monaca raccontò come la cosa fosse passata e quindi la colpa non era di nessuno.

Andrea si percosse coi due pugni chiusi la fronte.

— Infame, scellerato, gridò, sono dunque io, son io che l'ho uccisa..... Ah perchè non sono morto io prima, nel tempo che ero un onest'uomo, e ch'ella mi amava!... Ma la mi faccia ancora sta carità, sora madre, la mi dica quando è morta la poverina.

— Ieri sera alle otto.

— Ma allora non è ancora sotterrata, esclamò con una specie di soddisfazione e di speranza il miser uomo. Posso ancora vederla... voglio vederla....

Congiunse le mani in atto supplichevole, spiegazzando fra esse il suo berrettaccio.

— Ho bisogno di vederla, soggiunse, mi accordi questo favore, la prego... Vuole che io la lasci portare in terra per sempre, senza darle un ultimo addio?... La mi conduca presso di lei, la faccia sta carità, la supplico in nome di quella povera morta. Debbo domandarle almanco perdono innanzi al suo cadavere.

La monaca fu commossa ed impacciata. Ella non sapeva se quel cadavere trovavasi ancora nel deposito dell'ospedale: in ogni caso ciò dipendeva dalla direzione, e temeva che un simile permesso non venisse mai accordato.

— Proviamo: insisteva con passione il pover'uomo: andiamo da chi comanda, io li pregherò tanto che mi vorranno usare questa grazia.

La suora di carità cedette, la grazia fu concessa ad Andrea, e questi, accompagnato da un uomo di servizio s'avviò tremando verso la camera di deposito dei morti dell'ospedale. Il custode ne aprì la bassa porticina, e l'operaio entrò in una stanza bassa, oscura, in cui sopra un lungo tavolato stava, coperta da un lurido panno, la forma stecchita di un cadavere.