Andrea si sentì mancare il cuore e le gambe; si appoggiò alla fredda parete umidiccia per non cadere. Ogni suo coraggio era ito. Avrebbe voluto fuggire, se ne avesse avute le forze; la testa gli tenzonava in modo strano, doloroso; quasi gli sfuggiva la coscienza di sè; la mente, come dire, gli si svaporava e parevagli non essere nella realtà delle cose, ma in un sogno d'incubo. Guardava quella striscia di poca luce livida che penetrava dal finestròlo, lambiva passando le pieghe di quello sporco sudario e andava a perdersi nel fondo grigiastro. L'immobile rigidità di quel cadavere attirava i suoi occhi e gli destava insieme una ripulsione di ribrezzo. Che? Era la sua Paolina che stava là, di quella guisa, insensibile, senza che più potesse vederlo, sentirlo, muoversi alla sua voce?

Il custode, cui quegl'indugi impazientavano, guardò con aria interrogativa Andrea, come per domandargliene:

— Ebbene? e che si fa ora?

Andrea fece un cenno col capo e colla mano, che l'uomo comprese di subito e cui si affrettò ad ubbidire: prese per un lembo il lenzuolo che copriva il cadavere e lo trasse via bruscamente. Andrea, come se in quel punto fosse rotto il fascino che lo teneva avvinto, si precipitò innanzi le braccia tese verso quelle forme d'essere umano che gli apparivano nella loro nudità; ma retrocesse di botto, come respinto da una mano al petto. Era il cadavere d'un uomo.

Si volse al custode domandandogli quasi con rabbia:

— Ma mia moglie?... Cerco di mia moglie, io... dov'è?

Il custode si strinse nelle spalle.

— Questo, rispose, è l'unico cadavere che abbiamo per il momento; un povero diavolo morto questa mattina.

— Mia moglie morì ieri sera alle otto.

— Ah! ho capito. Fu trasportata questa mattina all'alba.