Baldissero stette aspettando: Carlo Alberto per un poco rimase in silenzio. Con una mossa che gli era abituale, sulla mano del braccio sinistro che teneva ripiegato al petto aveva appoggiato il gomito dell'altro braccio e sosteneva alla mano destra la sua fronte vasta e scialba come quella d'un cadavere.
— Nessuno di quegli uomini mi comprende; mormorava il Re, in modo che parevano sfuggirgli inavvertite siffatte parole. Nessuno ha la intelligenza delle grandi cose, niuno vede al di là dell'oggi, niuno saprebbe indovinare le mie idee ed incarnarle.
Le sue dita si contrassero sopra la fronte, liscia come la lapide d'un sepolcro.
— Ah! se potessi da me! soggiunse, ma così piano che non l'avrebbe pur udito chi avesse potuto mettere il suo orecchio sulle pallide di lui labbra. Se potessi io stesso dar forme concrete al mio pensiero, trovarne il modo d'eseguimento ed aver la forza di porlo in atto!...
Nella sua anima successe in quell'istante fugace, ratto ma vivo, uno di quegli scombuiamenti che la turbavano di frequente: una specie di lotta fra la volontà e l'insufficienza dei mezzi, fra l'ardore dello spirito e la debolezza dell'intelligenza, quando la idea si travede e non si può afferrare, quando s'indovina, s'intuisce confusamente, in nube, il vero, il bene, il bello, e la mente non ha forza di definirselo innanzi in maniera efficace e precisa, così bene che dopo un poco d'inutili sforzi la si accascia sfiduciata e stanca per cadere in balìa d'un'altra mente fors'anche meno elevata, ma più pratica e più operosa.
Il marchese stava osservando rispettosamente il Re, due passi da lui lontano. Carlo Alberto si riscosse e rivolse verso il suo fedele la faccia melanconica e severa.
— La ho pregata di fermarsi, marchese, gli disse, per parlarle di quel cotale, autore del manoscritto da Lei comunicatomi, e che, arrestato come cospiratore, fu, dietro le raccomandazioni di Lei, per mio ordine espresso liberato senza ritardo.
Baldissero fece una lieve mossa per accennare ch'egli era pronto a rispondere ad ogni richiesta. Il Re sviò lo sguardo dalla faccia del marchese e lo fissò vago ed incerto nell'orizzonte traverso i cristalli della finestra: rimase in silenzio e parve aver subitamente volto il pensiero a tutt'altro. Nel suo intimo frattanto meditava, se facesse bene a parlare, se miglior consiglio non sarebbe stato il rinunziare affatto a tutte quelle idee non ancora ben determinate, a tutti quei disegni tuttavia in nube cui aveva desti in lui la lettura delle pagine scritte dal trovatello.
Egli tutte le aveva attentamente lette, molte aveva rilette più volte, e assai meditatovi sopra. Uno strano effetto sulla sua natura facilmente esaltabile, benchè sotto apparenze contegnose e fredde, sulla sua anima tra cavalleresca ed ascetica, inviluppata d'un altissimo orgoglio per la dignità del grado, aveva prodotto quella lettura che rispondeva a certe velleità di audaci pensamenti, a certe aspirazioni di novatore e di messia che brulicavano segretamente in fondo al suo essere di sovrano, innamorato della gloria e che vorrebbe stampare profonda e luminosa l'orma del suo regno. Il fatalismo cattolico del suo spirito alquanto superstizioso, per poco non lo aveva persuaso che era stato Iddio medesimo a mandargli sott'occhi quello scritto in cui erano trattate tante di quelle questioni sociali che preoccupavano la sua mente di re che avrebbe voluto essere riformatore, ed alcune v'erano sciolte. Gli parve che da quelle carte sgualcite su cui una mano febbrile aveva scritto un tanto mondo di pensieri, uscisse come la voce del popolo medesimo il quale avesse acquistato coscienza e sapienza de' suoi destini e de' suoi bisogni e quindi formolasse, ad ammaestrarlo, in linguaggio tra di poeta, tra di statista, le necessità economiche, morali e sociali della nuova vita civile, sentite non avvertite dalla massa comune, e i rimedi acconci alle medesime; la voce, direi, della Sfinge, di cui egli voleva essere l'Edipo e dominarla. L'autore di quelle pagine non era egli l'uomo che invano andava cautamente cercando intorno a sè, e cui gli aveva mandato la Provvidenza? Pensò a quel suo antecessore (e fu pure un glorioso principe quello!), il quale dal nulla aveva innalzato alle prime cariche il Bogino, che fu uno dei più valenti ministri del Piemonte. Se nelle file della plebe trovavasi un ingegno superiore, il quale potesse rendere eminenti servigi alla monarchia e al paese, perchè non l'avrebbe egli tratto di là e postolo in condizione da poter compiere la sua missione? Era suo dovere il farlo; sarebbe stata sua gloria l'averlo fatto. La conseguenza di tutti questi pensieri si fu che egli decise informarsi meglio dell'essere di quel cotale presso il marchese di Baldissero. Ma ora, come già accennai, le solite dubbiezze, che al punto dell'azione assalivano sempre la sua anima esitante, lo facevano restio e come peritoso al parlare.
Il marchese attendeva tuttavia le interrogazioni del Re. Questi ruppe finalmente il silenzio, senza volgere gli occhi su colui che l'ascoltava, guardando sempre con pupille vaghe nel grigio del cielo annuvolato.