— Credono che la plebe non pensi, diss'egli, credono che ignori ancora come un tempo. La rivoluzione francese ha inoculato il veleno nel sangue delle generazioni di questo secolo di qualunque classe; esso serpeggia e si diffonde. Ci vorrebbe sangue e fuoco ad estirparlo. E chi oserebbe fare da Torquemada nel secolo XIX?... Ed ancora! Si riuscirebbe egli forse? Le plebi pensano più che non si creda. Quel zibaldone di temerità, di matte idee, di potenti concetti n'è una prova. Se viene un giorno un'intelligenza superiore che mostri loro la terra promessa d'una riforma sociale? Se acquistano un giorno la coscienza della loro forza? Bisognerebbe fare qualche cosa per le plebi... Ma che cosa? Qual pericolo toccare all'edifizio della società! Come prendersela, dove incominciare, a qual punto arrestarsi? Questo è da definirsi; ed ecco dov'è necessaria l'opera d'un ingegno superiore.

Si voltò allora verso il marchese.

— Lo scrittore di quelle pagine, domandò, Ella lo conosce, lo ha visto, gli ha parlato?

— Sì, Maestà, rispose Baldissero, e l'ho anzi preso per mio segretario.

Il Re lo guardò con espressione di alquanto sospetto.

— Ah! gli è suo segretario?

Ma dinanzi alla nobile fisionomia del marchese ogni ombra di sospetto s'affrettò a sparire dalla fronte di Carlo Alberto.

— Ha fatto benissimo: soggiunse vivamente: e l'aspetto di colui, la parola, come sono?

— Ha l'aspetto d'un uomo che ha sofferto: rispose mestamente il marchese, il quale abbassò gli occhi pensando con rimorso seco stesso di chi fosse la colpa di quelle sofferenze. A prima vista le sue sembianze possono tornare poco o punto piacevoli; ma la sua fisionomia non è quella d'un indifferente. Interessa di botto e la sua fronte fa pensare. Quando parla è in sulle prime peritoso ed impacciato; ma poscia la lingua gli si snoda e l'eloquenza del labbro asseconda assai bene la vivacità dell'idea.

Carlo Alberto atteggiò la bocca a quel suo indefinibile sorriso melanconico e stentato, che pareva insieme timido e falso.