Il marchese ascoltò immobile, curva sul petto la testa, nascondendosi colla palma la faccia sotto il pretesto di sostenervi la fronte: quando il sacerdote ebbe finito, stette un momento ancora in silenzio e senza fare atto di sorta: poi trasse giù dal viso la mano, e rivolse a Maurilio uno sguardo che non era più quello quasi ripugnante di prima.
— Signor.... Maurilio. (Esitò un momento a pronunziare questo nome, quasi avessero difficoltà le sue labbra a spiccarnelo, ma poi lo disse con una certa emozione poco meno che affettuosa). Signor Maurilio, così parlò con voce lenta e sommessa, Ella ha dunque alcuni contrassegni. Desidererei vederli. Vorrebbe favorire di mostrarmeli?
Maurilio, che li aveva presso di sè, fu lesto a porgerli al marchese. Questi riconobbe al primo colpo d'occhio il rosario di sua sorella, e lo prese affrettatamente, con mano tremante. Sentì una subita tenerezza ineffabile invadergli l'anima. Avrebbe voluto portarselo alle labbra e baciarlo: ma non osò. Ogni suo dubbio a quella vista era dileguato: gli parve scorgere Aurora medesima uscita dal suo sepolcro e venutagli innanzi a dirgli: «questo è mio figlio.» Quante preghiere non aveva ella innalzato al cielo, tenendo quel rosario tra mano! Di quante lagrime non l'aveva essa bagnato! Sotto la protezione di quel pietoso amuleto, di quella preziosa reliquia famigliare, aveva ella voluto porre il suo figliuolo, raccomandandolo alla Divina Consolatrice di tutti gli umani dolori; ed ecco che quella reliquia appunto riconduceva alla famiglia di lei quel figliolo cui una barbara malignità aveva voluto sbandire. Si domandò s'egli non dovesse di subito aprirgli le braccia e dirgli: «tu se' mio sangue.» Guardò ancora la faccia strana del giovane. Non ostante la sua emozione, durava nel suo animo verso Maurilio un segreto sentimento, quasi un istinto, di ripulsione. Si disse che non conveniva lasciarsi guidare ad un passo irrevocabile dalla commozione d'un momento, che occorreva prendere una decisione definitiva a sangue più raffreddo: desiderò parlare ancora e più specialmente di ciò con Don Venanzio.
— Mi lasci questi oggetti, la prego, diss'egli a Maurilio. Nessuno più di me, le assicuro, s'interessa nè può interessarsi per Lei e per questi suoi casi... E di ciò appunto, e di quel che sia da farsi, desidero ora stesso parlare con Don Venanzio.
Maurilio s'alzò e tolse commiato. Era uscito appena dallo studio del marchese, che un domestico venne a dirgli come la contessina Virginia desiderasse parlargli. Il giovane ebbe in pensiero per prima cosa rifiutarsi d'andare da lei, ma non l'osò: si compresse con una mano il cuore e seguì il domestico che lo conduceva nel quartiere della nobile donzella.
Il marchese teneva sempre in mano il rosario di Aurora, e lo guardava con occhi umidi di pianto; quando Maurilio fu fuor della stanza, egli non resse più alla piena del suo affetto e baciò quel rosario con passione.
Don Venanzio sorse di scatto in piedi, tutto commosso.
— Che? esclamò egli. Ella dunque, signor marchese, riconosce questo contrassegno? Ella forse sa?...
— Tutto. La famiglia del suo protetto è la mia: sua madre fu mia sorella.
Il vecchio prete alzò le mani tremanti verso il cielo, e con voce piena d'esultanza, di riconoscenza, di ammirazione, esclamò: