— Divina Provvidenza! Come sono profondi i tuoi disegni! come imperscrutabili le tue vie!... Tu il figliuolo scacciato l'hai ricondotto al focolare domestico, oltre l'arrivo del senno umano, e me hai voluto stromento della tua grazia al miserello. Posso io dunque cantare il nunc dimictis?
— La sua parte non è finita, Don Venanzio, disse il marchese. Le tocca ancora rassicurare la mia coscienza, dileguare i miei dubbi, illuminare la mia mente.
Senz'altro più, espose francamente, cordialmente, interamente il più segreto dei suoi pensieri a questo riguardo e confessò tutte le sue esitazioni e ripugnanze. Il vecchio sacerdote combattè ogni cosa ad una ad una: affermò che non ostante i varii errori che riconosceva egli stesso nei giudizi e nelle opinioni di Maurilio, la mente di costui elettissima e l'animo nobilissimo lo facevano tuttavia degno della miglior sorte e del miglior nome del mondo; soggiunse che quand'anche non fosse così, il dovere della famiglia ond'egli era nato rimaneva pur sempre il medesimo e bisognava compirlo; certo era meno piacevole lo aver da accogliere un cotale che aveva sempre vissuto in isfera diversa da quella che si avrebbe voluto, con idee e costumi affatto diversi, colla disgrazia d'aver dovuto assaggiare della carcere per delittuosa imputazione; ma di tutto ciò a chi la colpa? alla famiglia medesima che lo aveva rigettato e posto in quelle condizioni; e parte dell'ammenda che ella doveva farne, sarebbe stato eziandio il passar sopra a codesto, il superare quelle antipatie e quelle ripugnanze. Il marchese era troppo uno spirito superiore per non comprendere codesto, per volere ad un individuo fare pagare il fio di risultamenti dovuti alle circostanze ed al fatto altrui: d'altronde Maurilio, ingiustamente accusato, aveva visto solennemente proclamata la sua innocenza ed aveva da quella bolgia infernale dove era stato precipitato, della miseria, della carcere, della malvagia compagnia, portata fuori un'anima sempre onesta, la qual cosa era merito maggiore di molto che non quello di chi, favorito da ogni condizione, non fallì mai.
Un'ora durò il colloquio fra Don Venanzio ed il marchese. Questi che aveva ad un tratto affacciate in corpo tutte le sue obbiezioni, non le venne più ripetendo a seconda che il buono ed umile prete di campagna, coll'impeto della sua eloquenza naturale, rozza anzi, ma efficace, col calore d'un'anima sempre giovanile ed ardente pel bene, il quale si crede compire un'opera di apostolato, le andava distruggendo ad una ad una. Ascoltava e li, il marchese, con mossa che dinotava tutta l'attenzione prestata al suo interlocutore e la potenza riflessiva impiegata dalla sua mente; sorreggeva secondo il solito la testa alla sua mano bianca ed affilata, mentre lo sguardo stava fiso sulla fiamma che volteggiava nel focolare; di quando in quando frammischiava alle argomentazioni del parroco un dubbio, un'osservazione, una richiesta, che erano come un nuovo incentivo al fuoco del discorso del protettore di Maurilio.
Quando fu trascorsa quell'ora che ho detto, il marchese finalmente si mosse, tirò giù dal capo la destra e lasciò scorgere la sua nobile fisionomia colle traccia di alquanta commozione, si alzò in piedi, drizzando la sua alta e distinta persona e mandò un sospiro che avreste potuto interpretare come di rassegnazione o come di sollievo.
— Sia fatta la sua volontà, Don Venanzio....
Questi fece un atto come volendo protestare; il marchese s'affrettò a soggiungere:
— Che credo sia pure quella di Dio. Il figliuolo di mia sorella sarà accolto in casa mia..... come il figliuolo di mia sorella.
Pose mano al fiocco del cordone che pendeva presso il camino, ed una scampanellata ferma, risoluta, imperiosa avvisò il cameriere che S. E. aveva bisogno di lui.
— Dite al segretario si compiaccia di venir qui subito; comandò il marchese al servo presentatosi sollecito alla porta.