Si strinse fra le due mani la fronte con tanta forza da farsene male.

— Ella ne ama un altro... Ella mi disprezza.... Ed io stoltamente le lasciai scorgere nel mio cuore.... Oh fossi morto prima!...

La riazione contro quelle troppo false e troppo audaci speranze che gli aveva fatte nascere in un momento di follia la sua immaginativa, venne potente, terribile, da superare ogni altro sentimento, ogni altro affetto. Delle cose del mondo e di sè nulla più glie ne importava. Che cosa era ancora per lui il problema del suo destino che stava per essere sciolto? A che cosa gli avrebbe giovato oramai qualunque più venturosa ed invidiabile sorte? Era stato un malaccorto ad entrare ospite in quel palazzo. La prima cosa a farsi ora, era di fuggire; di fuggire prima che ignominiosamente ne lo scacciassero. Si drizzò in piedi sollecito, guardando attorno quasi spaventato, come se temesse veder entrare i servi che dovevano spazzarlo via da quel luogo ch'egli aveva profanato. Corse nella sua stanza, riprese i suoi poveri vecchi panni, scrisse, per Don Venanzio la lettera che abbiamo visto, e partì.

Corse per un po' giù della strada, urtando nella gente, urtato da chi aveva fretta, senza direzione, da null'altro guidato che da un prepotente bisogno d'allontanarsi, di fuggire. Nel suo cervello continuava ad agitarsi confusamente un tumulto di pensieri indescrivibile; il governo delle sue idee, delle sue fantasie sfuggiva sempre più alla sua volontà. In mezzo a tutto quel subbuglio di sentimenti e di affetti, non sapeva più districarsi, per così dire, la sua ragione affievolita. Correva, correva, il cappello in mano, il suo logoro mantello pendente dalle spalle, la fronte che gli ardeva esposta alla fredda aria invernale. Tutto ad un tratto si fermò su due piedi e si guardò attorno con aria attonita, come uomo che si sia smarrito e non riconosca il luogo ove si trovi. L'impulso che lo cacciava innanzi pareva cessato di colpo, ed egli si ritrovava senza forza, senza decisione, senza energia. Nel suo interno quel tumulto tempestoso di passione che lo tormentava era dato giù improvviso e gli aveva lasciato un vuoto in cui non sentiva altro più che un indolorimento ed una stanchezza. Pareva, come accade in qualche furioso temporale alla state, che il vento, dopo aver soffiato gagliardo e sollevato nembi turbinosi di polvere ed atterrato alberi e devastate le messi, cessa di botto e lascia succedere un momento di calma; ma una calma spaventosa in cui l'aria pesante non lascia avere il rifiato, in cui le nubi nere nere pare che vi opprimano, ed a cui sapete che fra poco dovrà tener dietro uno scoppio tremendo della bufera.

Maurilio portò la destra alla fronte e la passò sopra le ossa sporgenti di essa con lento moto, e si palpò la testa, quasi ad accertarsi ch'egli la teneva ancora al suo posto. Gli pareva d'esser scemo di cervello, che tutto fosse svaporato in un attimo e che l'organo del pensiero gli si fosse distrutto per sempre. Gli venne insieme una matta voglia di ridere e di piangere su se medesimo; accennò un sogghigno colle labbra e si rasciugò una lagrima che colava a stento giù delle guancie. Guardava intorno e vedeva; ma non aveva coscienza esatta di quel che vedesse. Passava uno di quei Lucchesi che girano il mondo a vendere le figurine di gesso; gli nacque un gran desiderio di saltargli addosso e romper tutti i busti e le statuette ch'egli portava sull'asse in equilibrio sul capo; un piccolo spazzacamino se ne veniva rasente il muro, mandando il suo monotono e melanconico grido: Maurilio fece un passo per venirgli a tiro ed afferrarlo alla gola; fu preso dalla tentazione di andare a strappare una legna accesa dal fuoco del caldarrostaio alla cantonata e cacciarla in mezzo ai truccioli nella bottega del vicino legnaiuolo per dilettarsi della vista dell'incendio che ne sarebbe nato. Ma la ragione, ridotta per così dire all'ultimo confine del suo impero, e prossima ad essere bandita del tutto, riagì un momento.

— Sciagurato! diss'egli a se medesimo a voce alla, percotendosi quella fronte sotto cui lottava la sua intelligenza contro le chimere del delirio: ma sono io dunque per diventar pazzo?

Pazzo! Questa parola, pronunciata da lui medesimo, lo spaventò. Tornò a suscitarsi subitamente la tempesta nel suo spirito. Riprese la sua corsa senza meta volontaria; in un attimo si trovò fuori della città sopra una strada ronchiosa pel fango gelato, la quale si allungava tra i campi e si perdeva nel nebbioso orizzonte. Corse giù per essa come l'ebreo errante della leggenda cacciato da una mano misteriosa. Era per fortuna la strada che conduceva al villaggio di cui era parroco Don Venanzio.

Questi nella carrozza del marchese veniva appunto giù della medesima in traccia del giovane. Guardava a dritta ed a sinistra il buon vecchio prete, con ansietà di padre, pregando colla fiducia della sua anima religiosa, il suo Dio. Ad un tratto si sporse fuori del finestrolo dello sportello che non ostante il freddo aveva tenuto sempre aperto, e gridò al cocchiere:

— Fermate, fermate.

Sul ciglio del fosso della strada aveva veduto accoccolato, i gomiti sulle ginocchia, il capo tra le mani il suo giovane amico. Scese precipitosamente di carrozza e corse presso quell'individuo che gli era davvero il povero Maurilio. Lo toccò sopra una spalla e con voce amorevolissima lo chiamò per nome.