Il giovane alzò il capo e guardò innanzi a sè con aria così smarrita che Don Venanzio se ne sgomentò di più che se avesse visto su quella faccia le mostre della maggior disperazione.
— Maurilio, gli disse prendendogli le mani e traendolo a sè per farlo levare, che fai tu qui? Perchè questa tua fuga? Perchè questo abbattimento? Ora che il destino ti si volge propizio, vuoi tu mancare a te stesso, vuoi tu esser da meno della tua novella sorte?
L'infelice seguitò a guardare come uomo che non capisce, che non ha idee, che non ha volontà; ma si lasciò tirar su dritto in piedi, e cedette facilmente alla mano che lo traeva verso la carrozza ferma in mezzo la strada.
— Vieni, vieni meco, gli diceva il vecchio sacerdote, pensando che il principale era in quel momento scuoterlo dal torpore di quella specie di letargo e condurselo seco.
Accostò le sue labbra all'orecchio di Maurilio e soggiunse piano, ma con forza:
— Vieni, la tua famiglia è trovata, e ti aspetta.
Il giovane diede in una scossa, guardò con indefinibile espressione il volto del parroco ed una luce viva gli lampeggiò negli occhi rianimatisi ad un tratto. Ma fu un lampo soltanto: curvò nuovamente il capo e mormorò con accento di rassegnata desolazione:
— È troppo tardi.
Però si lasciò guidare docilmente alla carrozza; ubbidì senza contrasto alla mano che dolcemente lo spingeva a salire, ed affondatosi in uno degli angoli lasciò che il cocchio, i cui cavalli erano stati voltati di nuovo verso la città, lo trasportasse di trotto dove altri voleva.
Don Venanzio, a cui questa strana apatia dava assai pena, cercò di riscuoternelo.