— Sicuro!

Il volto dell'infelice divenne in un subito scarlatto, le vene del collo gli si gonfiarono tanto che parvero prossime a scoppiare; poi di presente successe un pallore cadaverico su quelle guancie, che apparirono più immagrite ed incavate di prima; la fiamma degli sguardi si spense, e mandando un gemito che pareva un rantolo, l'infelice cadde di nuovo abbandonatamente nell'angolo della carrozza, da cui s'era staccato in sussulto un momento prima.

Don Venanzio si chinò premurosamente su di lui; Maurilio era svenuto. Il buon parroco voleva gridare al cocchiere affrettasse la corsa verso il palazzo; ma vide che allora appunto la carrozza voltava sotto il portone. Si era giunti.

CAPITOLO X.

Quando Maurilio tornò in se stesso, si trovò in quella camera del palazzo di Baldissero, ch'egli credeva aver abbandonato per sempre, disteso su quel letto dove la notte precedente tante chimere di sogni erano venute a tormentare il suo spirito. Sentì di subito ch'egli pigliava intiero il possesso di sè medesimo, che tutta e non lesa gli tornava la ragione. Si ricordò di subito, per prima cosa, della tremenda novella che lo aveva mandato fuor dei sensi. Avrebbe voluto poter continuare nello svenimento: quello era almeno l'oblio: avrebbe voluto ricacciare quella ragione che gli tornava, fosse pur anche ricoverandosi nel buio e nell'insensibilità del sonno eterno.

La camera era semioscura; in quella dubbia luce Maurilio vide al suo capezzale seduta una persona le cui chiome candidissime gli dissero essere Don Venanzio, in fondo al letto un uomo di alta statura, dritto, immobile che lo guardava. Gli parve che quello fosse il marchese, sentì anzi come cosa sicura che era lui; ma gli piacque indugiare a riconoscerlo, volle allontanare il momento in cui si sarebbe venuto alle spiegazioni; come volendo tornare nel torpore dello svenimento, richiuse gli occhi e stette immobile, volgendo in sè tutta l'attenzione e quasi direi lo sguardo interno della sua mente.

La vita fisica non pareva in lui ancora tornata; non si sentiva battere i polsi e le membra gli erano così lasse, così sottratte all'azione della volontà che gli pareva, per qualunque sforzo avesse fatto, non sarebbe riuscito a muovere un dito. La sua anima pareva incatenata in un corpo morto. Ma ad un punto il suo cuore si mise a palpitare frequente, quasi con dolorosa violenza. Benchè seguitasse a tener gli occhi serrati, i presenti s'avvidero che la vita era tornata in lui, perchè un lieve rossore era salito ai pomelli delle sue guancie, e il petto gli si sollevava ed abbassava in un respiro alquanto affannoso. A suscitarne gli spiriti a quel modo era stato un pensiero che improvviso erasi affacciato alla sua mente.

— E Virginia verrà essa a vedermi? Lo sa ella già ch'io sono suo fratello? E che dirà, e che le dirò io, vedendola?... Io suo fratello!... E l'amo!... E l'amo ancora!... E forse l'amerò sempre!... Oh sciagura!

Sussultò sul letto, aprì gli occhi e si sollevò alquanto della persona sopra i cuscini. Don Venanzio si drizzò in piedi e gli pose una mano sul capo a toccargli la fronte; l'uomo dall'alta statura si curvò sopra il letto a fissare nel giacente uno sguardo pieno di compassione e d'interesse.

— La crisi è passata, ne sono sicuro, disse il parroco; da parecchi giorni la sorte non volle risparmiare le emozioni a questo poveretto, ma ora, coll'aiuto di Dio, spero che tutto sia finito... Non è vero, Maurilio?