— Mia madre! ripetè; ed un desiderio infinito, un'aspirazione ineffabile, un trasporto di fiducia in tutto l'esser suo venne a sollevarne lo spirito. Pensò alle apparizioni che nei momenti più difficili e più solenni della sua vita erano venute a dargli coraggio. Quella forma aerea che sì benigna veniva a consolarlo, a guidarlo, egli ne aveva ferma convinzione, era la madre sua; il momento in cui si trovava non era esso dei più gravi e fatali della sua vita? Perchè non sarebbe venuta anche ora quella creatura celeste a confortarlo? Egli serrò le mani in atto di preghiera, con indicibile ardore di desiderio, con inesprimibile passione, con supremo impulso di fede.

— Spirito mio benigno! disse. Madre mia, non abbandonarmi!

L'apparizione così ardentemente invocata, con tanto desiderio attesa, non ebbe luogo; ma pure, come se, anche invisibile, quello spirito amoroso esercitasse un benigno influsso sull'animo travagliato del giovane, questi sentì una certa calma succedere alla tumultuosa agitazione di poc'anzi. Le savie parole del parroco che erano penetrate nella sua mente inavvertite, cominciarono allora a staccarsi, per così dire, dal ripostiglio cerebrale ove s'erano poste ed a sfilargli innanzi all'intelletto coll'autorevolezza d'un'ammonizione e colla efficacia d'un consiglio amichevole. Egli credeva in una intelligenza superiore ordinatrice degli umani eventi; credeva nella ragionevolezza del destino, tanto di quello dell'umanità, quanto del proprio. Se in lui erano state poste quelle forze di volontà e d'ingegno non era perchè inutilmente le si consumassero in isterili tormenti d'una passione impossibile. Quella potenza che lo aveva voluto plasmato a quel modo, dominato da quegli affetti, afflitto da quelle sciagure, aveva di certo voluto che ad alcuna cosa approdasse tutto questo, che alcun risultamento da ciò ne riuscisse. Quella stessa infelice ed ora empia passione, appigliandosi al suo cuore non era destinata forse che a distruggere in lui per sempre ogni tendenza di femmineo amore, perchè tutte e soltanto le sue capacità si volgessero a quel còmpito che gli era assegnato in pro dell'umanità. Una nobile superbia, una generosa ambizione si levarono allora nell'anima sua. Gli parve sentire nell'intimo della coscienza una voce che lo assicurasse chiamato all'importanza d'una efficacissima parte in pro del progresso umano. La sventura del suo affetto, e la scoperta delle sue nuove condizioni lo sacravano apostolo operatore di quelle nuove idee che fino allora aveva solamente vagheggiato nella solitudine delle sue meditazioni. Sursum corda, credette sentirsi a gridare nell'anima da una voce discesa dal cielo. Il divino entusiasmo del sacrificio gli si accese nel cuore, e gli salì, per servirmi dell'espressione biblica, come fumo di vin nuovo, al cervello. Ricordò quello che avevagli detto poc'anzi il marchese, che avrebbegli procurato una sorte degna di lui. Quale sarebbe stata questa sorte? Ebbe una subita smania di determinare senza ritardo il suo destino, di fissare le linee di quella parte ch'egli voleva ed avrebbe dovuto sostenere. Aveva bisogno di occupare in questa fatta pensieri la mente perchè non vi si cacciasse di nuovo e dominatrice l'immagine di Virginia. Saltò giù del letto: era debole e le gambe lo reggevano a stento: ma la volontà gli tenne luogo di forze. Si vestì e con passo oscillante scese le scale e venne a presentarsi nell'anticamera dell'appartamento di suo zio il marchese.

— Annunziate al signor marchese che domando di parlargli senza indugio: disse al cameriere con accento autorevole ma senza superbia.

Il marchese lo fece introdurre tosto e gli venne incontro sino alla soglia del suo studio.

— Che imprudenza è questa! gli disse con accento che tentava e riusciva pure d'esser amorevole, ma in cui però non suonava ancora la vera nota dell'affetto. Avete già voluto levarvi e scender giù voi medesimo? Dovevate farmi avvertito e sarei venuto io al capezzale del vostro letto.

Maurilio non rispose che con un sorriso; pose con discreta freddezza la sua mano nella destra che gli tendeva il marchese con fredda cortesia, e se ne lasciò trarre per essa fino presso al focolare, dove sedette sul seggiolone che il marchese gli additò in prospetto a quello su cui si pose egli stesso.

Si guardarono un poco senza parlare. La situazione era strana e difficile per ambedue le parti. Stranieri fino a quel momento di esistenza, di abitudini, d'opinioni, di tutto; di presente le loro vite venivano ad intrecciarsi e stavano dinanzi nelle condizioni d'una intimità necessaria. Erano un problema l'uno all'altro. Qual effetto nelle vicende della loro vita reciproca avrebbe avuto quel nuovo elemento che veniva improvviso ad imporsi loro sotto le sembianze di quel personaggio che ciascuno dei due aveva innanzi a sè? Quella testa scarmigliata, quelle forme grossolane, quell'aspetto tra timido e selvaggio, che il marchese esaminava con poca simpatia, erano dunque di suo nipote? Era dunque verso quell'individuo ch'egli aveva il debito di riparare tutti i torti della sua famiglia e che da quel punto doveva incominciare l'opera sua? Non lo avrebbe mai immaginato sotto quella sembianza; avrebbe più volentieri impreso il suo còmpito, se fosse stato diverso il suo aspetto. Ma queste le erano puerilità: se lo disse il marchese a sè medesimo con segreta rampogna ed impazienza de' fatti suoi.

— Voi avete appreso tutto da Don Venanzio, Maurilio? domandò egli con voce che pareva fare un leggero sforzo a parlare.

— Signor sì: rispose il giovane levando quel suo capo grosso, così originale e caratteristico: e vengo a vedere che cosa Ella intende fare di me.