— Or bene, riprese il giovane con accento di preghiera; se Ella non dissente, io desidererei, prima di entrare in questa nuova esistenza, andarmene al villaggio dove fui allevato, passare alcuni giorni di raccoglimento, di pace, di sovvenire e d'addio al passato. Don Venanzio parte domani: con suo permesso, io ve lo accompagnerei. Al mio ritorno prenderei nella famiglia quel posto ch'Ella mi vuole restituito.

Lo zio accondiscese sollecito, e quasi soddisfatto. Avrebbe avuto alcuni giorni da preparare allo strano avvenimento la moglie, i figliuoli e la nipote; avrebbe potuto riflettere di meglio sul da farsi, riguardo al giovane medesimo.

Maurilio non volle quella sera sedersi pel pranzo alla tavola della famiglia. Salì nella sua camera, dove chiese ed ottenne dallo zio permesso di rimanervi, finchè lo si sarebbe fatto chiamare per recarsi a quel misterioso convegno di cui il marchese gli aveva parlato. Non potè mangiare neppur un boccone; l'eccitamento de' suoi spiriti e de' suoi nervi era tale che non poteva star fermo, nè arrestar la mente sopra un'idea. Don Venanzio venne più tardi a fargli compagnia; ma furono impotenti a calmarlo anche le dolci esortazioni di quel brav'uomo. Quando un lacchè venne ad avvertirlo che il marchese lo attendeva per salire in carrozza, Maurilio era in uno stato quasi d'orgasmo che avrebbe potuto del pari, nel colloquio a cui si recava, produrre questi due effetti: o togliergli del tutto la libertà della mente e la capacità di spiegarsi, o dargli un'audacia ed un'eloquenza non ordinaria di parola.

Zio e nipote salirono in carrozza senza parlare; e in breve furono alla loro meta; Maurilio scendendo vide che si trovavano sul principio di quel viale medesimo che conduceva alla fabbrica dei Benda. Entrarono per un cancello di ferro che loro venne aperto da un uomo avvolto in un ferraiuolo, e preceduti da quest'uomo, che evidentemente li stava aspettando, furono introdotti in una camera a pian terreno d'una palazzina posta al di sotto di uno dei bastioni del giardino reale, palazzina che Maurilio sapeva essere stata comprata da poco tempo dal Re.

Furono lasciati soli in quella stanza modestamente arredata, parcamente illuminata da una lampada colla ventola, ma acconciamente riscaldata. Vi era tanto silenzio tutt'intorno che pareva proprio d'essere all'infuori della vita chiassosa d'una gran città. Il solo rumore che s'udiva era il tic tac d'un grande orologio posto sulla caminiera.

Pochi momenti passarono, e nessuno dei due venuti pensò pure a rompere quell'alto silenzio. Poi una tenda di panno verde che pendeva ad una porta si sollevò da una parte, e comparve un uomo che, quantunque vestito da borghese, aveva l'aspetto soldatesco.

— Marchese, disse costui parlando piano come per rispettare ancor egli quel silenzio; si compiaccia venir qua un momento.

— Attendetemi qui: disse il marchese a Maurilio, e passando sotto la tenda, entrò nella stanza vicina coll'uomo che era venuto a chiamarlo.

— Dove son io? Pensò Maurilio rimasto solo e guardandosi intorno come per cercare alcuna cosa che rispondesse alla fattagli domanda. Chi è che mi vuol parlare? Innanzi a cui mi troverò io fra poco?

Una idea che gli parve matta venne ad affacciarsi alla sua mente. Quella casa era proprietà del Re; se questo medesimo fosse l'alto personaggio che voleva interrogarlo? Sentì una specie di brivido corrergli per le vene, tremò, ebbe paura, e pensò un momento cercar di fuggire: ma poi tosto dopo un sentimento di riazione ebbe luogo in lui. Oh! se pur fosse! Se in faccia all'incarnazione più spiccata dell'ordine politico e sociale, alla rappresentazione più valida e suprema del potere e dell'autorità umana egli si trovasse e potesse parlare a tu per tu e dire la verità delle cose, i sentimenti delle masse, i bisogni della plebe!..... Ma egli ci avrebbe valuto? Sentì un impulso d'orgoglio e di temerità in quel sovreccitamento che non l'aveva ancora abbandonato, e si affermò che, se non la capacità di fare presso Carlo Alberto la parte del marchese di Posa di Schiller, il coraggio egli l'avrebbe avuto di certo.