— Sieda, signor Valpetrosa.

Maurilio sussultò. Era la prima volta che gli veniva dato quel nome: e senza sapere chi fosse che ora l'aveva pronunziato, parvegli che dall'autorevolezza di quell'accento le sue nuove condizioni ricevessero una più decisa ricognizione, una specie di consecrazione.

— Ella dunque sa il mio vero nome? diss'egli sedendo ed affondando sempre in quell'ombra, oltre il cerchio di luce, il suo sguardo curiosamente intentivo.

— Il marchese mi disse tutto testè: rispose con dignitosa semplicità lo sconosciuto. Ciò le provi quanta fiducia abbia in me il suo zio e mi faccia ritenere non indegno anche della sua.

Gli occhi di Maurilio cominciavano a penetrare la oscurità in cui le fattezze di quel personaggio si riparavano; vide a queste ultime parole sulle labbra di chi le aveva dette un sorriso che gli parve enimmatico: potè discernere due guancie pallide e scarne con pomelli sporgenti sotto le occhiaie affondate, due folti baffi nerissimi sopra una bocca larga, sottile, d'una fredda e mesta espressione. L'idea, il sospetto, la paura che gli si erano affacciati poco prima nella stanza vicina tornarono in lui più forti. Quella figura non era essa quella del Re, cui pochi giorni prima, la sera del ballo all'Accademia Filarmonica, egli aveva visto sullo scalone di quel palazzo passargli a pochi passi di distanza in tutta la pompa del suo grado? Volle rispondere alcune parole, e non ne trovò punto; non seppe che inchinarsi, e frattanto pensava: «che mi dirà egli? e che gli dirò io?»

Il Re da parte sua aveva ravvisato in quel giovane una figura che già gli era venuta dinanzi altra volta. Egli vedeva passare sotto ai suoi occhi tanti e tanti de' suoi sudditi, che il dove e il come avesse visto costui non seppe trovare di subito nella sua memoria: ma quell'incontro era stato così speciale e nella sua semplicità così inaspettato e straordinario che non tardò a venirgli a mente. Rivide lo scalone adorno ed illuminato, i fiori, le piante e fra queste la faccia curiosa, esaminatrice, quasi interrogativa di quel giovane popolano. Alla sua indole molto inchinevole alle mistiche ubbie, parve questa, più che un'opera del caso, quasi un incontro preparatogli dalla Provvidenza, forse per dargliene appunto aiuti al compimento della sua missione di re.

Successe un silenzio. Carlo Alberto si passava lentamente sulla fronte quella mano con cui prima sosteneva il suo volto; Maurilio, convinto sempre più che quello fosse il suo Re innanzi a cui si trovava, sentiva accrescersi l'interno suo turbamento, ma in mezzo al medesimo l'eccitazione de' suoi nervi, aiutata dalla volontà, faceva spuntare ed afforzava l'ardimento.

Carlo Alberto s'era ritratto alquanto dalla tavola, appoggiando il dorso alla spalliera, e la sua faccia trovavasi quindi ancora più nell'ombra: seguitava a tacere e i suoi occhi scrutavano sempre la fisionomia di quell'individuo ch'egli stesso aveva voluto gli fosse condotto dinanzi. Quel volto solcato da rughe troppo precoci, quella fronte intelligente, ma per così dire tormentata, quello sguardo timoroso ed audace, sommesso insieme e pure potente non gli piacevano, ma tuttavia gl'ispiravano una certa curiosità benevola. Aveva tante volte immaginato potersi trovare a tu per tu col suo popolo senza intermediari e sentirne la voce vera; ed ora che gli pareva questo popolo gli stesse appunto davanti incarnato in quell'individuo che aveva sofferto colla parte più misera di esso, non sapeva come prendersela, quali interrogazioni muovergli, che cosa volerne. Era come una fattucchiera novizia che ha evocato la prima volta uno spirito e non sa più che farsene quando esso è comparso: egli aveva evocato il genio delle nuove idee liberali, lo spirito delle teorie democratiche le quali venivano ad accamparsi contro la monarchia quale il passato l'aveva fatta, ed egli, il rappresentante di questa monarchia, che pure in uno slancio di ambizione e diciamo anche di generosità giovanile, aveva combattuta, egli si peritava a domandare il motto di quella sfinge popolare di cui avrebbe pur voluto essere l'Edipo.

— La sua vita sinora fu molto fortunosa: così cominciò il Re a parlare dopo un poco; e la Provvidenza le darà certamente compenso in avvenire dei travagli passati, i quali mi pare avranno a riuscire non infruttuosi nè per Lei medesima, nè per la società, se quelle traversie hanno volto il suo intelletto allo studio di gravi quistioni, ed hanno arricchito d'esperienza la sua mente.

Carlo Alberto si tacque; Maurilio non aprì labbro nè fece pure una mossa.