Macobaro mandò un'esclamazione gutturale che pareva un grido belluino, e sulla sua faccia cinerina e macilenta corse un lampo come di gioia feroce. Afferrò con una delle sue mani fatte ad artigli, dalle dita lunghe, scarne, nere, unghiate, il braccio di Quercia e disse:
— Ah sei qui tu?... Vedi, vedi che hai fatto di mia figlia... Rendimi la mia figliuola, scellerato!
Una subita e viva emozione corse il cerchio degli spettatori. Gian-Luigi non si scompose: con un moto ratto e violento del suo braccio robusto rigettò da sè il vecchio ebreo, e prese una mossa come di difesa. Intorno a lui si fece un po' di largo e tutti gli occhi erano conversi su questi due personaggi che accennavano rappresentare una scena interessante di dramma innanzi a quel cadavere di donna.
Quercia girò intorno i suoi occhi che facevano chinare innanzi a sè tutti gli altri.
— Quest'uomo, disse pacatamente, od è pazzo, tratto fuor di senno dal dolore, od è illuso da una strana rassomiglianza... Io non lo conosco.
Macobaro diede un balzo, come se volesse lanciarsi addosso al giovane elegante: ma questi lo prevenne, gli pose una mano sulla spalla, e guardandolo in certo modo speciale, come il domatore di fiere guarda il tigre che vuol ribellarglisi, soggiunse lentamente:
— Io non vi conosco brav'uomo. Guardatemi bene, e vedrete che siete vittima d'un errore.
Mai gli occhi neri del medichino non avevano avuta tanta efficacia, tanta imponenza, tanta autorità. Il vecchio avrebbe voluto resistere a quell'influsso, ma non potè: la forza di quella individualità più potente, l'abitudine di cedere ad essa, la soggezione di quell'autorità che il medichino aveva saputo acquistarsi e sapeva difendere e mantenere, ebbero ancora la loro efficacia in Macobaro; curvò il capo innanzi al suo superiore e sottrasse le sue pupille dallo sguardo di quelle di lui.
— Mi conoscete voi dunque? domandò Quercia.
— No, no, balbettò il padre di Ester, guardando sempre per terra. Perdoni ad un povero vecchio che non sa più quel che si faccia.