Il signor Tofi volse tutto d'un pezzo la sua faccia aggrottata sul cravattone duro verso il gioielliere:
— Come! I diamanti di casa Langosco erano in potere di quell'usuraio?
— Sì, signor Commissario; ce li vidi io stesso ch'egli me li diede ad esaminare, consultandomi sul valore. E ciò accadeva solamente tre giorni fa.
— Oh, oh! Questo sarebbe elemento da tenerne calcolo. Gli assassini avrebbero saputo che quei diamanti erano colà... Ma come colà?... In pegno forse?... Eh, eh! non è impossibile.... Bisognerà vedere.... Ad ogni modo finora la Casa di Staffarda non fece richiamo nessuno, non porse denunzia di sorta; e trattandosi di somma di tanto valore, non mi pare che si vorrebbe star zitti.
Il Commissario congedò il gioielliere, ed occupato com'era in quel dì da un subbisso di faccende, per la rivolta sopratutto degli operai avvenuta la sera innanzi, dimenticò, o per dir meglio, trascurò di dare l'importanza che avrebbe data altre volte a quelle parole dell'orafo riguardo i diamanti della nobil famiglia Langosco. Tutta la giornata passò senza che denuncia alcuna venisse; dalle informazioni che fece prendere, il Commissario seppe che nel palazzo di Staffarda nulla era avvenuto onde si potesse supporre che tal danno era capitato a quella casa; la sera inoltre gli fu presto notificato che la contessa Candida al ballo di Corte, sfolgorava il capo, il seno, le braccia di tutti i suoi diamanti. Tofi non ci pensò più. Se il gioielliere non si era sbagliato, e uno sbaglio di questa fatta in lui era difficilissimo, i signori Langosco avevano per loro fortuna ritirato a tempo il pegno preziosissimo dalle mani dell'usuraio.
Il signor X, a cui il ricupero della sua roba premeva infinitamente, era già tornato parecchie volte nei due giorni che erano seguìti dal Commissario a domandargliene novelle, finchè questi, che non aveva nulla da apprendergli, che era occupatissimo e di peggio umore che mai, perdè la pazienza, e con quelle sue maniere da burbero e parole da prepotente gli ebbe fatto capire non venisse più a seccarlo, e quando si avesse qualche cosa da dirgli, o da farsene dire, lo si sarebbe mandato a chiamare. Il gioielliere se ne partì mortificato, e domandando a se stesso che razza di giustizia la fosse questa che il derubato colà dove si doveva prendere tutto l'impegno per fargli riavere la sua roba, veniva accolto e trattato peggio che al ladro non si farebbe.
Ma il domani gli venne dalla Polizia un messaggio che gli fece nascere in cuore qualche buona speranza. Il signor Commissario con un ordine laconicamente espresso lo chiamava subito innanzi a sè, per comunicazioni urgenti. Il gioielliere volò al Palazzo Madama colla dolce speranza d'udirsi a dire per prima cosa che i ladri erano stati presi e i suoi gioielli ricuperati. Fu una delusione. Introdotto in quel certo gabinetto del Commissario che già conosciamo, e chiusane alle spalle di lui la porta, il signor X rimase solo con quel terribile rappresentante della pubblica autorità, il quale pareva assai sopra pensiero e più burbero che mai.
Il signor X fu minutissimamente interrogato su quella circostanza ch'egli aveva incidentalmente allegata nel primo colloquio da lui avuto col Commissario, la presenza cioè in casa di Nariccia dei diamanti Langosco. Il gioielliere dovette dir tutto: e come egli si trovasse quella tal mattina in casa dell'usuraio, e come fossero sopravvenuti a disturbarlo nel colloquio ch'egli aveva con Nariccia prima un frate gesuita, poscia un cotale, di cui egli non aveva vista la persona, ma uditane la voce e creduto di riconoscerla per quella del dottor Quercia; come poco dopo Nariccia era tornato da lui portandogli ad esaminare, perchè glie ne dicesse il valore, certe buste di diamanti ch'egli aveva tosto riconosciuti per quelli della contessa di Staffarda, cui egli aveva l'onore di contare fra le sue pratiche; come più tardi fossero andati nel suo fondaco il conte Langosco e il dottor Quercia, il primo a chiedergli della ripulitura di quei diamanti che a lui non erano stati consegnati, il secondo a pregarlo in nome della contessa a far sì che il conte credesse che i diamanti fossero presso di lui.
Il Commissario ascoltò attentissimamente, fece ripetere parecchie cose, domandò varie minute spiegazioni: non iscrisse le parole pronunziate dal signor X, ma prese diversi appunti di date, di ore, di motti sopra una cartolina che chiuse poi accuratamente in un suo portafogli che teneva allato; e finì per congedare l'orafo, più burbero che mai, intimandogli che di quanto aveva narrato allor'allora non si lasciasse intanto sfuggire parola con anima viva. Poscia diede subito ordine a varii segreti agenti (e fu così che alcuna cosa venne a subodorare anche di ciò quello affigliato alla cocca) si scrutasse se i diamanti portati dalla contessa di Staffarda al ballo di Corte erano veri, se il dottor Quercia di que' giorni fosse stato visto in alcun modo in possesso di oggetti di valore od avesse speso eccezionalmente delle vistose somme.
Come mai il signor Tofi s'era posto a dare ora tanta importanza a questo fatto che da principio aveva destato mediocremente soltanto la sua attenzione? Gli è che nel frattempo egli aveva ritrovato Barnaba.