Gian-Luigi chinò leggermente il capo.

— Allora firmi.

Quercia prese la penna e scrisse con mano sicura, nella più bella calligrafia di cui fosse capace, il nome ch'egli soleva portare. Poi prese il cappello che aveva posto sul forziere e a mo' di commiato disse:

— Per qualunque cosa che occorresse ulteriormente in proposito, Ella sa dove mi si può trovare.

Il Commissario rispose con un accento in cui c'era dell'ironia e della minaccia:

— Sì signore: saprò appuntino dove trovarla.

Gian-Luigi, fece un legger cenno del capo che poteva sembrare un saluto, ed uscì da quel gabinetto, da quel locale, dal Palazzo Madama col passo tranquillo, sicuro e superbo con cui era entrato.

Tofi gli guardò dietro alla guisa con cui il gatto guarda un topo che gli scappa.

— Ah! se non fosse amico del conte di Staffarda e il ganzo della contessa: disse fra sè con un sospiro di rincrescimento: non me lo lascierei sfuggir di mano.

Quando fu al largo nella vasta Piazza Castello, in piena luce e in piena aria libera, Gian-Luigi mandò un grosso rifiato, come uomo fatto libero da un'oppressura, e senza pur accorgersene affrettò il passo per allontanarsi di là. Fu sotto i portici e fece un tratto di cammino senza saper bene dove volesse andare e che cosa fare; salutò i conoscenti con cui s'incontrò in quell'universale ritrovo dei Torinesi, coll'aspetto e coi modi «d'uomo, cui altra cura stringa e morda che quella di colui che gli è davante.»