— Per ogni occorrenza, pensò frattanto, bisogna ch'io vada a far imparare alla Margherita il romanzetto che ho immaginato intorno alla mia origine. E sarà bene ch'io induca eziandio Maurilio a non contraddirlo almeno. Bisogna adunque ch'io vada colassù... Dopo tanto tempo!... E sarà forse l'ultima volta.

Avrebbe voluto partire di subito pel villaggio, dove sappiamo essersi eziandio recato Maurilio in compagnia di Don Venanzio; ma ricordò che doveva, che voleva avere quel giorno medesimo una spiegazione col conte Langosco, e differì la sua partenza al domani.

All'ora solita, colla solita fisionomia, come se di nulla sapesse, Quercia si presentò al palazzo Langosco. Non mostrò il menomo stupore, quando il lacchè gli ebbe detto che il signor conte desiderava parlargli e lo attendeva nel suo gabinetto. Fece segno lo vi si guidasse, e seguì il domestico che fu ad annunziarlo. Entrò colà dentro la fronte alta, l'aspetto sicuro, un grazioso sorriso sulle labbra. Il conte stava in piedi, accigliato, severo, con un sogghigno più amaro che mai sulla sua bocca tirata; e non tese la mano verso il nuovo venuto. L'accoglimento era così apertamente ostile che Luigi, il quale dapprima aveva l'intenzione di non accorgersene, capì che sarebbe stato un errore il non mostrarne risentimento. Spense di botto l'amichevole sorriso sulle sue labbra, diede alla sua faccia un'espressione che in alterigia era pari affatto a quella del conte, ed incrociò bravamente i suoi sguardi arditi coi fissi sguardi di Langosco. Pensò che meglio gli convenisse, senz'aspettare l'assalto, cominciar egli e vivamente l'attacco.

— Eccomi qua, disse con accento d'una sicurezza quasi impertinente. Ella vuol parlarmi. Sta bene. Spero che non sarà cosa da durar lungo tempo, perchè in verità, per mia disgrazia, non ho che pochi minuti da concederle.

A queste parole ed al tono con cui erano dette, il conte sentì una subita, vivissima ira salirgli alla testa, ridrizzò alquanto il curvo petto e lanciò dagli occhi uno sguardo di fuoco, mentre una lieve tinta rosata gli veniva ai pomelli delle guancie macilente. La sua mano si tese verso il cordone del campanello, e Gian-Luigi comprese che proposito di lui era suonare pei lacchè, e farlo da loro scacciare da quella casa senz'altro. Quercia non lo avrebbe tollerato così di piano: mosse un passo verso il conte e fece un alto risoluto, come per trattenere quella mano; la sua faccia aveva preso l'aspetto terribile delle risoluzioni violente, la fronte gli era solcata da quella sua ruga caratteristica; gli sguardi accesi di quei due uomini si scontrarono di nuovo pieni d'odio e di minaccie. Capirono che stava per avvenire uno scandalo e gravissimo; questo non conveniva punto a Gian-Luigi, e meno ancora al conte. La mano di costui s'arrestò e venne a posarsi tranquillamente sulla pietra del camino: il lieve rossore sparì dalle sue guancie; gli occhi perdettero alquanto dell'espressione di minaccia e di collera per prenderne una di profondo disprezzo: stettero ancora un poco di quella guisa, guardandosi senza parlare: ma in quello scambio di sguardi e' si dicevan più e meglio, e' si rivelavano a vicenda l'animo ed il pensiero più che non avrebbero fatto coi discorsi.

— Non ho nessun desiderio di trattenerla lungamente; disse poi il conte con accento che mirabilmente s'accompagnava a quella nuova espressione del suo sguardo. In due parole mi sbrigo e la sbrigo. Voglio anzi porla così bene in libertà che non abbia da darci mai più neppure un momento del suo tempo prezioso.

Gian-Luigi tese innanzi la testa come fa chi non ha capito bene e vuole afferrar meglio il suono delle parole.

— La vuol dire? domandò con un certo piglio che aveva dell'ironia e dell'impertinente.

— Non mi capisce? disse il conte coll'accento altezzoso d'un aristocratico inuzzolito.

— Ne accusi pure la mia intelligenza. Desidero che si mettano i punti sugl'i.