Fu interrotto dalla fantesca che recando in tavola una terrina fumante, disse:
— Eccoli serviti.
— Bene: esclamò Maurilio sorridendo; cominciamo per cenare, e dopo, se la vuole, discuteremo.
Don Venanzio fece un atto di acquiescenza sorridendo del pari, ed ambedue si accostarono al desco. Il parroco stette un momento in piedi colla sua berretta in mano, pronunziando a mezza voce il Benedicite. Maurilio rimase dritto ancor egli con aria di rispetto, ma non disserrò le labbra: finita la preghiera, sedettero, spiegarono le serviette che sentivano un buon odore di bucato, e si posero allegramente a mangiare.
CAPITOLO XV.
Quando ebbero finito, e la tavola fu sparecchiata, i nostri due amici, le gomita appoggiate sul tappeto, l'uno in faccia dell'altro, avviarono animosamente la discussione che aveano lasciata in sospeso.
Non ripeterò che sommariamente le cose che furono dette dall'una parte e dall'altra, e risparmierei affatto questa noia al lettore, se non credessi opportuno far conoscere anche da questo lato lo spirito del mio protagonista, il quale rappresenta meglio che altri le audacie e le ispirazioni del pensiero moderno; epperciò con alquanto maggior estensione, benchè in sunto, riferirò le ragioni da lui addotte nella disputa.
Don Venanzio si appigliò senza ritardo alla, secondo lui, indiscutibile autorità della rivelazione e della ininterrotta tradizione. La Chiesa cattolica ebbe direttamente da Dio la cognizione della verità e la capacità e la facoltà di diffonderla, spiegarla, affermarla. La mente umana è troppo debole per affrontare colle sole sue forze la terribilità del quesito religioso, di cui pure è necessario uno scioglimento al bisogno intimo che Iddio medesimo ha voluto porre nella natura dell'uomo. Senza un appoggio solido e potente la nostra ragione si smarrisce nella ricerca di questo vero che è di tanto superiore alla sua sfera d'azione, alla sua efficacia. La rivelazione è venuta a porgere questo punto di appoggio, a dare il caposaldo alle aspirazioni religiose dell'anima. Della verità della rivelazione poi non è da dubitarsi, perchè la tradizione medesima, la incontestabile autorità dei testi sacri la stabiliscono, anche sotto il rispetto storico, in modo definitivo, ed è empio proposito e più empio attentato il volerla rivocare in dubbio soltanto. Vi sono in quel complesso di credenze che costituisce la fede a cui Don Venanzio apparteneva, alcune cose che l'infausto e diabolico orgoglio della povera ragione umana, aiutata e spinta dall'arte e dall'influsso dell'eterno nemico, vuol trovare assurde, impossibili ed anche puerili. Ma vi è pure una quistione principale e, come si suol dire, pregiudiziale, che tronca affatto e rimove del tutto ogni simile obiezione. Come volere la ragione nostra giudice della possibilità di cose che di tanto stanno al di là del debole arrivo delle sue forze? Anzi tutto quello che può servire di buon argomento nel campo della sua azione, cessa di aver effetto e si converte in argomento a contrario per la ragione umana, quando la vuol recare i suoi metodi logici e le sue deduzioni là dove ella non ci ha più nulla da vedere, perchè non vi basta la cortezza della sua vista. In questo senso fu detto il motto sublime: Credo quia absurdum! E ad ogni modo con che fronte, con che speranza di vittoria può la ragione umana cimentarsi colla rivelazione? Questa è la parola diretta di Dio: quando ella ha suonato chi non vede che si ha l'elemento supremo della verità? E per promessa di Dio medesimo, non è una continua rivelazione la parola della Chiesa legittimamente costituita, pronunziata da' suoi legittimi rappresentanti? Una delle prove più perspicue della verità di quella fede che egli professava, secondo il buon prete, era la dolcezza, la tranquillità che ne sente chi in essa acquieta l'anima sua; era il gran conforto che glie ne viene, anche nei maggiori travagli a chi, appoggiato alla medesima, s'erge al Cielo sull'ali della preghiera: speciali grazie e ricompense queste che Iddio concede appunto ai veri credenti.
Maurilio la prese da quest'ultimo argomento, ritorcendolo di questa guisa:
— Ma allora perchè tanti e tanti, allevati appuntino nella più stretta e rigorosa ortodossia, sentono ad un tratto levarsi nell'animo loro le più crude incertezze, i più ansiosi dubbi su quelle credenze, contro alcuna delle quali protesta la loro ragione venuta a maturanza? E costoro son quelli d'ordinario cui più volle favorire la Provvidenza di forza d'intelletto. Perchè i tormenti di questi dubbi che sono quasi il risvegliarsi della ragione? perchè questo ribellarsi e ripugnare dell'intelligenza sviluppatasi contro le credenze insinuate fin dalla prima età nell'animo nostro, così da essersi fatte per tutti come cosa sacra da non isfiorarsi neppure coll'audacia dello spirito d'esame? Se quella è la verità assoluta od anche solo quale è acconcia al nostro intelletto, questo in tutti, e tanto più in quelli che l'hanno maggiore, dovrebbe aderirvi tenacemente pago e soddisfatto. L'acquiescenza poi dei credenti alle cose insegnate come verità indiscutibili, e la pace e la beatitudine che l'anima loro ne risente, non sono un privilegio dei fedeli della sua Chiesa; lo si ritrovano presso tutti quelli che hanno una forte e profonda credenza radicata nell'animo, sieno essi protestanti, giudei, maomettani, anche idolatri. È questo un effetto mirabile certo, ma non esclusivo d'una sola religione; è effetto della fede in genere, della sostanza di questo attributo dell'uomo, la facoltà di credere nel mondo sovrumano, non della forma in cui questo attributo si esplica e manifesta.