«Sì, caro padre mio, anche in ciò si ha da distinguere la sostanza e la forma, e da tenerne conto. Quella è immutabile, e consta in realtà di poche verità generali, cui la forma poi interpreta, spiega, applica od offusca a seconda. Quella eterna come il vero assoluto, sta al di sopra, all'infuori d'ogni azione dell'umano intelletto, delle circostanze di condizioni morali e civili in cui l'umanità si trovi; questa, la forma, come cosa puramente umana che ella è, partecipa della sorte di tutte le cose umane, si viene scambiando, migliorando, purificando, elevandosi a sempre più perfetto grado, a misura appunto che lo spirito umano si migliora, si perfeziona, vede ingrandirsi innanzi a sè il campo del vero ed acquista forza e capacità maggiore a contemplarlo. Questa forma è adunque, più d'ogni altra cosa ancora, l'espressione del grado di coltura, di sapere, di civiltà a cui gli uomini sono arrivati, e riflette eziandio i caratteri delle nazioni e delle razze. Gli è per ciò che il mondo moderno è cristiano, che i selvaggi sono idolatri, che i latini sono cattolici.

«Quindi si fa che non è solo un errore, ma è cosa empia quella che tutte le religioni positive commettono, di confondere la forma variabile e la sostanza eterna, di voler dare alla prima le qualità e l'autorità della seconda, d'imputar così alla religiosa essenza le colpe e gli errori degli uomini che di quella si profittano. Da ciò avviene eziandio che in certi momenti la forma invecchiata non si adatta più convenientemente allo stato presente degli spiriti; e la sostanza medesima della fede, per non essere intaccata essa stessa, per non correr rischio di perire nel naufragio della forma diventata insufficiente e ripugnante alla ragione progredita, lavora ella medesima a distrurla. Allora si accusano di empietà e d'incredulità coloro che rifuggono da certi dogmi e da un culto che non soddisfano più la loro coscienza religiosa divenuta più delicata e più illuminata, e i quali, fors'anco inconsciamente, lavorano a preparare la modificazione della forma in una fase novella.

«La sua Chiesa medesima, Don Venanzio, benchè riluttante ad ogni cambiamento, benchè acremente tenace d'ogni sua parte, non segue ella questa legge naturale e necessaria dell'umano progresso? Quanto non si è ella venuta modificando nel corso dei secoli? Quanto non ha ella cambiato insegnamento, disciplina e i dogmi perfino? Dalla Chiesa primitiva alla presente, chi le paragonasse, quale immenso divario! Senza volerlo, senza confessarlo, ha pur dovuto camminare coi secoli.

«Ma la ragione umana che ha sempre camminato più di lei, l'ha lasciata indietro di molto, ed ora, mentr'essa non solo vuole immobilitarsi, ma anzi regredire, la ragione invece ha preso slancio maggiore e più ardita foga verso il vero. Di qua il quasi necessario divorzio e l'irrimediabile contrasto fra l'una e l'altra.

«La ragione voi la negate; la volete, se non altro, sottomessa ad un'autorità indiscutibile di cui non si hanno da esaminare il valore e le prove. Contro la coscienza della ragione moderna voi urtate pel metodo, per la dottrina, per la morale e pel culto; non proponete, imponete, insegnate il sopranaturale e lo sostenete col mistero appoggiato al miracolo, spiegate l'incomprensibile coll'inammessibile; ordinate per morale un'obbedienza interessata agli ordini d'una volontà estrinseca; ponete negli atti esteriori del culto, in certi mezzi meccanici, in simboli, in operazioni materiali la condizione della vita religiosa delle anime.

«Il vostro insegnamento dottrinale si fonda in gran parte sopra un concetto dell'Universo, del principio dell'Universo, di un rapporto fra questo e quello, cui la scienza ha dimostrato erronei...

— Ma la rivelazione: interruppe Don Venanzio.

— La rivelazione cui voi affermate sempre ma di cui non date prove che possa la severa critica disaminare, ma cui non volete sottoposta a questa disamina; la rivelazione da questo lato affermerebbe come vere, cose che una certezza positiva ha dimostrate assolutamente false. La scienza ha distrutto i miracoli, e la ragione, più robusta, ripugna ai misteri. Il mondo è pieno di fatti inesplicati, fors'anco per noi inesplicabili, ma non di fatti essenzialmente inintelligibili: volendo fondarvi sull'assurdo e sull'impossibile non potete trovare un punto d'appoggio saldo e valevole: il vostro edificio traballa al primo urto del dubbio. Perciò siete costretti a proibire addirittura il pensiero. I misteri che voi m'imponete, sono soltanto superiori alla ragione senza contraddirla, oppure la contraddicono? Sono essi assolutamente inintelligibili? Ma ciò che è inintelligibile non è: ciò che la nostra intelligenza non può apprendere non è fatto per noi. Quello a cui contraddice la ragione, dono di Dio, non può essere del pari; a meno che la ragione ci sia data per vedere il falso. Empietà questa maggiore d'ogni eresia.

«La vostra morale ci comanda non di fare il bene, ma di obbedire ad una allegata volontà superiore manifestataci per certi intermediari: voi mettete fuori di noi il nostro salvamento. La giustizia per voi è quel che vuole l'Ente supremo quale voi ce lo presentate: ma invece la giustizia è per se stessa.....

— Disgraziato: interruppe qui il buon vecchio, sgomento, afflitto, disperato, direi quasi, di udire una tal filza di parole che per lui erano tutte empietà. Oh come hai tu imparato tante orrende dottrine? Come hai tu fatto ad aprir l'animo a questi diabolici sofismi? E tu dicevi di aver pure una fede! Ma no; non è punto vero: tu sei un ateo.