Il nostro protagonista non dormì molto, ma passò quiete più che non si pensasse le poche ore della notte nella modesta cameretta della canonica. Le memorie del suo passato, evocate più vive dal trovarsi in quel luogo, s'intrecciavano colle condizioni del suo presente ad occupare in un lavoro di meditazione e di fantasticheria la sua mente: ma ora quell'amarezza, quel tormento che i suoi pensieri avevano prima, erano sminuiti. Perfino la immagine di Virginia, persino il ricordo che la era sua sorella, affacciandoglisi alla fantasia, gli parevano in quel punto meno dolorosi, gli eccitavano men crudo turbamento: ma egli però si affrettava a scacciarli, e riparava sollecito l'animo nelle memorie della età della fanciullezza.

Secondo quanto aveva detto la fante, il gallo aveva appena fatto risuonare per la prima volta il suo canto mattiniero, che Maurilio udì, da un lieve e riguardoso muoversi per la casa, che il parroco era già alzato. Si levò sollecito ancor egli, e sceso a tentoni nel tinello, chè l'oscurità era compiuta ancora, trovò Don Venanzio che, un candelotto in mano, stava per passare nella chiesa a dire la sua messa. Dopo i reciproci saluti uscirono ambidue, ma il parroco per l'andito che metteva nella sacristia, Maurilio per la porta che aprivasi sulla piazzetta.

Era notte chiusa a dispetto del canto del gallo; non una riga d'albore nel cielo nuvoloso; la campanella della chiesa dava i rintocchi della messa che stava per essere detta, in mezzo ad un alto silenzio degli uomini e della natura. Solamente qualche raro lumicino vedevasi spuntare dietro alcune invetrate di finestre: alcuni passi s'udivano venir per la piazzetta, ammortiti dalla neve che copriva il suolo, alcune voci che bisbigliavano sommesse, come paurose di rompere quel silenzio; e la brezza fredda del mattino, di quando in quando metteva un leggier sibilo alle cantonate delle case ed un fruscìo secco nei rami nudi dell'olmo che stava in metà della piazza.

I passi e le voci che s'udivano erano di donnicciuole che accorrevano alla messa del parroco; avvolte il capo, il collo e le spalle di fazzòli e vestimenta messe a bardosso, per difendersi dall'aria ghiaccia di quell'ora, le mani nascoste sotto a' panni, alcune col veggio in mano dove avevan messe le poche ceneri calde rimaste dal fuoco della sera, trottinavano a piccoli passi affrettati, ad una ad una, a due, a piccoli gruppi, poi scorgendosi nell'ombra, s'aspettavano l'una l'altra alla porta della chiesa ed entravano insieme bisbigliando. La schiera fu presto compiuta; e non era che di dieci o dodici. Una delle prime era passata, e Maurilio l'aveva tosto riconosciuta, la povera Margherita. Di certo la buona donna non aveva dormito neppur essa quella notte, e veniva a quell'ora mattutina a ringraziare il Signore di quella gioia che le aveva mandata, di quella maggiore che le aveva promessa.

— Oh sublime cosa è la preghiera: disse Maurilio, quando ebbe visto entrate in chiesa quelle donne. Ancor io ho bisogno di pregare. Andrò a pregare in faccia alla natura, nel vero tempio del Dio vivente.

E s'avviò verso quel luogo solitario, dove fanciullo soleva condurre al pascolo le vaccherelle di Menico.

Tutta la campagna era coperta di neve, e questo strato bianco, uniforme, che faceva scomparire allo sguardo le lievi protuberanze e depressioni del terreno, aiutato dalle ombre ancora fitte della notte, toglieva ai varii luoghi che si succedevano il loro particolare carattere ordinario, tutti confondendoli in una monotona rassomiglianza. Appena se facevano varietà alcuna fra questa e quella parte, fra questo e quel campo, fra l'una e l'altra landa i gruppi o le file degli alberi che piegavano sotto il peso della neve i loro rami assecchiti e parevano contorcere sotto quella gravezza i loro tronchi bassi e bernoccoluti.

Ma il nostro giovane pur tuttavia riconosceva ad uno ad uno que' luoghi, quelle variazioni di terreno, tanto gli era impressa ogni cosa nella memoria, e più ancora, direi, nel cuore. Avrebbe potuto riconoscere un per uno ogni albero se tanta luce vi fosse stata, da discernere pienamente gli oggetti; avrebbe potuto dire: qui ne manca uno che vi sorgeva negli antichi tempi, questo crebbe dacchè io non son più venuto qua. Salì lentamente il lene declivio della collina, su cui si stendevano le aride brughiere che erano i pascoli comunali. Sedici e più anni prima egli faceva due volte al giorno quel cammino i piedi scalzi, una verga tra mano, cacciandosi innanzi le magre vaccherelle di Menico, macilento egli più ancora delle bestie che aveva in custodia, obbligato a star colà in ozio delle ore, sicuro di trovare, al suo ritorno all'abituro, poco e povero cibo, molti rimbrotti e spietate percosse. Colà, ancora affatto fanciullo, la sua mente era stata assalita dal misterioso quesito degli umani destini, colà aveva sentito parlargli all'anima la gran voce della natura, aveva sentito parlargli allo spirito la voce dei morti. Aveva provato una specie di maravigliosa iniziazione, per cui la sua vita aveva scorto il nesso che la congiungeva alla vita dell'Universo, s'era cacciato, e non s'era smarrito, nel vortice dell'esistenza universale, aveva avvertiti i vincoli divini che uniscono le manifestazioni della vita su per tutta la scala degli esseri in tutto il creato, e formatosene entro la mente un primo concetto: aveva meditato, imparato, cominciato ad aver coscienza del dolore, dell'intelletto e insieme della volontà. Quella brulla costiera gli era cara oltre modo. La rivide alla poca, incerta luce del crepuscolo che cominciava appena, con una commozione di tenerezza da non dirsi; ebbe nel cuore i palpiti che desta il prossimo, aspettato rivedere, dopo lungo tempo, d'una persona che si ama.

Giunse a quel punto preciso in cui soleva sostare da fanciullo, quando l'alba appena disegnava al lembo estremo dell'orizzonte, fra la cresta delle montagne e le nubi del cielo, una riga bianchiccia. Le sue gambe affondavano nella neve fin sopra il nodello; un vento freddo gli faceva svolazzare le falde degli abiti; non un grido d'augello, non una voce umana, non un rumore d'esser vivo; regnava un silenzio di morte. Gli ontani, spogli di frondi, inchinavano i loro rami carichi di neve sopra il rigagnolo muto ancor esso, perchè rapprese dal ghiaccio erano le sue onde. La brezzolina gelata che soffiava ad intervalli, ora era un sibilo, ora era un gemito. Quel cantuccio della terra, pur così vicino ad abitazioni umane, pareva in quel momento ignorare la esistenza dell'uomo.

Maurilio si fermò là dove soleva sdraiarsi, là dove ragazzo settenne aveva sentito la prima volta passar ne' suoi capelli l'alito del fantasma, scorrer nelle vene il fremito solenne che desta l'apparizione de' morti. Aveva in petto un gran desiderio, una viva aspirazione e insieme una potente e quasi direi commossa fiducia. Era venuto per pregare; ma l'intimo anelito gli diceva che la preghiera poteva essere mezzo valevole di evocazione a quello spirito che da tanto tempo non era più venuto ad aleggiargli innanzi apprensibile da' suoi sensi umani. Il dramma della sua vita era giunto ad una fase suprema; e quest'essere oltreterreno che lo aveva scorto nell'aspro cammino fin'allora percorso, confortandolo, ispirandolo, ammonendolo, poteva esso mancare di venirgli a dire la sua parola? Non aveva egli anche ora e forse più di prima, bisogno d'aiuto, di conforto, di consolazione? Là dove primamente eragli apparito ed avevagli favellato, doveva la sovrumana creatura apparirgli ora e favellargli. La voce vaga e inafferrabile dell'immensa natura doveva condensarsi e farsi concreta nello spiro, che gli parlava all'anima, di quel benigno fantasima. Egli lo credeva, egli lo voleva: egli venne colà a bella posta e stette aspettando.