Volse la faccia verso quel punto del cielo in cui la riga sottile della luce crepuscolare fra la terra e la vôlta nubilosa dell'orizzonte cominciava da bianca a farsi rancia, e pregò.
— Ente supremo ed infinito, Intelligenza assoluta ed eterna, Causa ultima e prima, Anima dell'Universo, a te s'innalza questa creatura finita, a te si volge questa misera intelligenza in sì angusti limiti ristretta, verso te aspira quest'essere contingente, ma che ha pure nel suo intimo una particella dell'eterno, te anela comprendere quest'anima schiava d'una bassa materia, ma che pure è membro di quella grande schiera fraterna d'intelligenze che dal primo manifestarsi della vita sale per tutti i mondi sino all'inconcepibile altezza dell'assoluto, ove tu siedi.
«O natura! Nudrice comune; culla e tomba indefinita della vita terrena; fieramente avversa all'uomo, e colle tue crudeltà fatalmente benigna al suo sviluppo; problema immenso alla mente umana che sempre sei sciolto e sempre rimani; mistero cui la scienza persegue e svela, e sempre ti sottraggi dietro nuovi veli, ritraendoti man mano nel campo dell'infinito; natura che mi afferri e mi tieni, ma non mi possiedi; tu, benchè immensa, non sei l'ambito in cui deve rimaner rinserrato il pensiero, lo spirito, il destino dell'uomo. Tu non sei la madre, tu non sei che l'alimentatrice temporanea di questo spirito che passa traverso a te. Tu non sei causa, nè un complesso di cause; tu sei effetto e complesso di effetti; tu sei un intermediario; per chi ti sa cogliere e dominare tu sei uno sgabello per salire a Dio.
«Iside splendida e superba, le tue braccia potenti m'accolgano, ma non mi soffochino; è la tua vita che si agita in me, circoscritta in questo corpo morituro; ma questo non è tutto l'io che in me pensa e vuole; quando tu decreterai la distruzione di questo corpo che tu mi hai dato, non assorbirai eziandio nel serbatoio eterno della materia questa parte immortale che può sola concepire l'eternità a cui appartiene. Non velarmi tu coll'ebbrezza della tua beltà lo spirito che oltre te siede e te stessa governa, non offuscarmi collo spettacolo della fatalità delle tue leggi il concetto della libertà del volere, della giustizia, della verità della potenza creativa. Io non posso tutta abbracciarti e comprenderti, o natura, colla forza del mio pensiero; ma pur sento che questo mio pensiero si spinge oltre te, che oltrepassa i limiti del tuo regno, tuttochè immenso; sento che il mio pensiero è chiamato ineffabilmente da altezze ineffabili, sento che si sprofonda negli abissi dell'infinito.
«Dio! Dio! Dio! Noi aneliamo ardentemente verso Te, perchè l'uomo ha bisogno della verità, e Tu sei la verità! A Te per una innumera sequela di secoli, per tratto di tempo incalcolabile, là dove cessa il tempo, traverso innumere esistenze, noi verremo accostandosi, senza raggiungerti mai, ma conquistando a volta a volta, mano a mano una parte maggiore di vero. Oh! l'anima mia ha fretta di gettarmi in questo pelago dove splende la tua luce. È un ardore di desiderio che non ha riscontro in nulla di terreno. Dio, chiamami sollecito al mio destino ulteriore: Natura, affrettati a riprender possesso di questi elementi che mi costituiscono un corpo. Ho io ancora una ragione di vivere qui entro questa creta sciagurata? Non ho pagato a sufficienza il mio tributo di prove e di dolori? Fammi passare, Eterno Iddio, per le ombre del sepolcro, onde gli occhi dello spirito si possano riaprire alla maggior luce della vita avvenire.»
Si scoperse la fronte e la espose al soffio del vento gelato che gemeva sommessamente fra i rami degli alberi. Sentiva il sangue salito al capo tintinnargli nelle orecchie e produrgli suoni inapprensibili, che parevano parole d'un misterioso linguaggio.
— Morire, morire, mormorava egli, voglio morire per vivere!
Ad un tratto si riscosse; aveva sentito sulla fronte un soffio diverso da quello del vento: provò per tutte le fibre un fremito soave, come quello che vi desta il giungere improvviso della più diletta persona. L'alito che era passato sulle sue chiome pareva lo sfiorar leggiero d'un bacio. Il cuore gli si mise a palpitare, come in attesa d'un grave avvenimento. Tutte queste cose aveva egli già provate altre volte, e da lungo tempo ora non aveva sentite più: le gli annunziavano il presentarsi dell'apparizione; era come il tocco dello spirito oltreterreno che gli significava: «Son qua.» Quest'apparizione era egli venuto colà con immenso desiderio e con viva speranza avvenisse. Ora ne fu certo. Levò la testa e gli occhi, e guardò.
La cappa nuvolosa del cielo s'era abbassata ancor più sulle montagne e toglieva ogni adito al libero passaggio del chiarore crepuscolare: traverso a quelle nubi di un grigio plumbeo si stacciava, per così dire, un po' di luce che riusciva livida e sfumava i contorni degli oggetti in una strana incertezza di disegno: a pochi passi lontano tutto si confondeva in un buio che pareva quello del vuoto.
Maurilio vide, palpitando, una nebbia, un vapore comparire, coagularsi, direi, in mezzo ai tronchi degli ontani, prender forma e sembianza di donna avvolta in bianco paludamento, ma una forma aerea e diafana, e da questa forma, da quest'ombra, raggiare il benigno sguardo, il mesto sorriso che già conosceva. Il diletto fantasima evocato gli stava pur finalmente dinanzi. Il giovane fece un passo verso lo spirito, come per afferrarlo, per giungerlo colle sue mani tremanti, ma si fermò tosto, non osando più, mancandogliene le forze; cadde in ginocchio sulla neve e tese verso quell'essere non umano le braccia.