— Sei tu, sei pur tu ancora una volta, alla fine! mormorò egli. Che tu sii benedetta! Io ho tanto, tanto bisogno di te.

Tacque ansioso, aspettando. La benignità di quel sembiante lampeggiò più viva; e Maurilio udì nella sua anima, nel suo cervello, nell'intimo dell'esser suo la voce melodiosa, d'una melodia inesprimibile, di cui nulla in terra può dar paragone, che gli parlava soave.

— Tu vuoi morire! Credi tu che l'anima tua sia già di tanto matura nella crisalide terrena, da potere spiegar l'ali, farfalla, nel regno degli spiriti? Non sai che ogni giorno di terreno dolore che passa, la prepara a più eletta sorte, la fa degna di maggior grado nell'avvenire? No, infelice, no, le tue prove non sono finite. Apparecchiati a sostenere le nuove che ti aspettano, con quella forza che ti servì per le passate. Macerato dalla sventura, tu giungerai alla soglia della vita umana, più disposto alla vita superiore che t'attende.

«Non maledire il dolor che ti percuote! Nulla è senza ragione nel creato; e la volontà divina non è il capriccio dell'arbitrio. «Il vaso — ricordalo — non ha diritto di dire al vasellaio: perchè mi hai tu fatto e perchè in questa piuttosto che in quella forma, a questo meglio che a quell'uso[2]?» Ma la ragione il vasellaio ce l'ebbe. Un giorno verrà forse — per gli spiriti che hanno vissuto quaggiù dove tu vivi — in cui potranno alcun poco penetrare dei misteri di Dio. Ciò potrà avvenire anche di te, e capirai la tua sorte e benedirai il flagello onde fosti colpito. Abbi intanto fin d'ora l'istintiva coscienza che non inutili sono le tue pene, e soffri longanime.

«Soffri ed ama: soffri e perdona: soffri e confida nel dì futuro!»

La voce che pareva parlare non all'orecchio, ma direttamente nell'animo, si tacque, e tutto l'essere di Maurilio vibrò ancora per un poco di quel suono, come le corde dell'arpa vibrano tuttavia quando la mano ha cessato appena di scuoterle. E il concetto e le parole che lo vestivano erano appunto nel cervello di lui come l'armonia suscitata sulle corde da una mano estranea: il suono è dello stromento, ma la melode è ad esso estrinseca. A Maurilio quelle cose non erano state dette con voce di suono: parevagli, per così esprimermi, che un altro le avesse pensate nel suo pensiero.

— Soffrire! soffrire! gemette il giovane, inginocchiato sempre nella neve. Ma non ho io sofferto abbastanza? Non ho io il diritto di esclamare che s'allontani da me pur finalmente il calice delle amarezze? Oh! mi si strappi almeno dal petto questo amore fatale che ancora mi strugge e che la crudeltà del destino vuole empiamente mostruoso. Ah! tu non sai, spirito benedetto, quanto questo amore mi tormenti e mi affatichi col suo tormento! Quella immagine io non posso scacciare dal mio pensiero, e col mite affetto d'un fratello non posso pensarla! Mi squarcerei a brani a brani il cuore per tormi questa indomita passione. Debbo io fuggire la mia famiglia ora che la Provvidenza mi ha ad essa ricondotto? Mi fu ella mostrata la tenerezza dei domestici affetti e concessami la possibilità di goderne, solo perchè una maledizione venisse a piantarsi fra loro e me e rigettarmene lontano? Dovrò io esecrare il momento in cui ripresi il possesso del nome e delle condizioni che mi spettano?

Maurilio guardava il fantasima, e gli occhi non umani del fantasima guardavano lui. Da questi occhi partì una fiamma, un raggio, una scintilla, un qualche cosa d'inesprimibile che penetrò e si confisse nel cervello del giovane, e gli suscitò di colpo un'idea che mai non gli si era nemmeno adombrata. Era un dubbio strano che prese forma in una domanda.

— Poichè, continuò egli, quello è bene il mio nome, quella è ben la mia famiglia? Non è egli vero?

Stette aspettando ansiosamente la risposta. Il fantasima non la diede: ma una indicibile espressione di mestizia insieme e di pietà apparve sulle sue sembianze. Maurilio con infinita supplicazione protese le mani verso lo spirito.