Maurilio parve allora destarsi da un sogno penoso.
— Io superbia? esclamò. Sangue patrizio, io?
Gli sembrò vedere ancora, in mezzo al bianchiccio della neve cadente, la leggera forma del fantasma scuotere il capo in segno di negazione.
— No, no..... Non ho superbia, non ho sangue patrizio.... Sono plebeo, tutto plebeo, non altro che plebeo.
Gian-Luigi lo guardò attentamente con occhio acuto, penetrativo, profondo; subodorò un segreto.
— Perchè parli tu così? diss'egli lentamente. È il tuo animo che senti fallire alla nuova condizione, o questa che ti fallisce?
Maurilio fu sul punto di narrar tutto; ma guardando il suo compagno gli vide nel volto e nella pupilla soprattutto una intentività quasi maligna che respinse in lui la fiduciosa espansione; crollò il capo, fece un atto colla mano per significare: gli è nulla; e si tacque.
Camminarono alquanto in silenzio l'uno accosto all'altro per la via deserta del villaggio; quando apparve loro dinanzi la modesta facciata della chiesa in fondo alla piazza, il medichino domandò bruscamente:
— Dove sei tu avviato?
— Rientro in casa di Don Venanzio.