Dopo uno svenimento di mezz'ora, Candida risensava e in mezzo alla confusione delle idee in cui si trovava tuttavia e all'indolorimento generale del corpo, il suo primo pensiero era quello della orrenda novella appresa dal marito. Che questi era incapace di mentire e calunniare troppo ella sapeva. La cambiale falsa era dunque un fatto reale. Delle altre accuse in quel momento non si ricordava, non si preoccupava. Non aveva tempo nè spirito da indegnarsi, da soffermarsi a considerare l'infamia e la scelleraggine della cosa; al suo animo di donna fatalmente posseduto da una tenace, indomabile passione, un solo oggetto premeva, un solo si presentava: quello di salvare il suo amante. Per ciò non v'era che un modo solo, e il conte medesimo glie lo aveva additato: ricorrere a suo padre, farsene dare la somma occorrente, pagar tutto, ottenere coll'influsso del barone La Cappa che in ogni modo l'affare rimanesse soffocato, a Quercia non si desse molestia. La cosa premeva, bisognava correre senza indugio, Candida volle scendere di letto e non potè; le parve d'essere inchiodata in mezzo alle coltri; fece uno sforzo, e tutte le idee le si smarrirono di nuovo, l'intelligenza le si offuscò e tornò a perdere la cognizione, non in uno svenimento, ma nel parosismo d'una febbre gagliarda sopraggiuntale.

Il conte, avvertitone, corse al capezzale di Candida, e siccome rotte e tronche parole uscivano dalle livide, aride labbra della giacente, timoroso ella nel delirio parlasse, allontanò dal letto ogni altro, per rimanerci egli solo, oggetto di meraviglia ai servi che non lo avrebbero creduto mai così tenero della moglie.

Il medico, fatto venire, annunziò che quella era una grave malattia, e che per allora non poteva predire quali ne sarebbero state le conseguenze.

La cameriera della contessa, che sappiamo avere intime relazioni con Gian-Luigi, si affrettò di quella sera medesima a recargli l'annunzio di quel caso.

— Anche questa è per me un'avversa circostanza: disse il medichino dopo congedata la fante con larga rimunerazione. Questa malattia toglie di agire a costei che in certe contingenze, guidata da me, avrebbe potuto essermi d'un aiuto efficace. Conviene davvero che io m'affretti il più che si possa e me ne vada sotto altro cielo.

CAPITOLO XVII.

Maurilio rimase al villaggio tutta una settimana. I suoi dubbi continuarono ad agitarlo, ma non un barlume più venne a rischiarargli la tenebra in cui era caduta a questo riguardo la sua mente. Invano erasi recato di nuovo a quel luogo in cui lo aveva visitato l'apparizione: invano questa, e colà e altrove, aveva invocata con trasporto d'anima ineffabile, con vera frenesia di desiderio: nulla, nulla più era venuto a confermargli o distruggergli quello strano sospetto che così inopinato e così stranamente gli era stato saettato nell'anima. Col trascorrere dei giorni, per ciò, anche questo dubbio aveva scemato di forza: la ragione aveva riagito contro l'immaginativa, e debolmente dapprima, con più forza di poi, aveva mostrato la insussistenza di quel sospetto che non era forse altro se non un portato dell'inferma fantasia. Ad ogni modo, appena di ritorno a Torino, ei si proponeva di raccogliere con religiosa cura tutte quelle informazioni e que' documenti che si poteva sul conto del padre e della madre, tanto da formare colla menoma interruzione di anella quella catena di fatti che dall'amore della nobile donzella di Baldissero pel giovane patriota milanese, doveva condurre fino al ricevimento di lui come rampollo di quell'unione nella illustre famiglia di Aurora.

Al settimo giorno dopo la sua partenza da Torino, Maurilio ricevette una lettera dal marchese di Baldissero, nella quale gli si diceva: essere tempo ch'egli ritornasse, S. M. con immensa degnazione, di cui Maurilio avrebbe dovuto esserle riconoscente tutta la vita, non averlo dimenticato, ma aver fatto benignamente sapere a lui, marchese, che suo nipote sarebbe impiegato nel gabinetto particolare di S. M. medesima: convenire ch'egli senza ritardo si recasse ai piedi dell'Augusto personaggio ad esprimergli quella gratitudine che era più di un dovere: per ciò si tenesse preparato a partir di colà il giorno vegnente, che la carrozza sarebbe venuta a prenderlo al villaggio.

Maurilio lesse e rilesse quella lettera, domandandosi che cosa doveva fare. L'idea glie ne venne un momento di rispondere al marchese, rinunziar egli alle nuove grandezze che gli offriva la sorte, voler fermare la sua dimora al villaggio e viverci ignorato; ma non tardò a riconoscere che questo sarebbe stato «per viltate un gran rifiuto,» che se il destino gli porgeva in quella guisa alcuna possibilità di fare un po' di bene, era suo dovere non fallire all'opera, che il dar corpo ed importanza a quei vaghi, aerei dubbi, senza fondamento di sorta, era peggio che una follia. Annunziò adunque a Don Venanzio il suo ritorno in città pel giorno dopo; e diffatti verso il cader della notte dell'ottavo dì dacchè erasi di là partito, egli, nella carrozza collo stemma della famiglia di Baldissero, rientrava sotto il portone del superbo palazzo, dov'egli, quasi ragazzo ancora, coi panni e nelle condizioni di povero figlio del popolo era entrato primamente di straforo per ammirare la bellezza di Virginia, ond'era stato ammaliato.

Il maggiordomo era ad accoglierlo in alto dello scalone.