— Che cos'hai? Tu stai male.

Era la prima volta che Maurilio udiva rivolgersi da lei la dolce parola tu.

— Nulla, rispose, tenendo volti a terra gli occhi. L'emozione di questi momenti è tanta per la mia anima che mal vi può reggere. Lasciatemi..... lasciami ritrarre ad esser solo.

Corse a chiudersi nella sua stanza, inorridito di se stesso, maledicendosi, accusandosi, pensando ogni fatta pazzie, ora piangendo, ora sdegnandosi, pregando a volta a volta e bestemmiando.

— O madre mia, soccorretemi voi, esclamava dal profondo dell'anima, aiutatemi, salvatemi, proteggetemi voi!

Ad un tratto un nuovo pensiero glie ne venne che lo fece riscuotersi in mezzo alla sua dolorosa meditazione. Aveva sempre rivolto l'animo e la mente a sua madre; e il genitore, perchè lo aveva egli dimenticato, o meglio trascurato? Nobile di cuore e d'ingegno era egli, a quanto udito ne aveva, di generoso animo e di virtuosi fatti. Della madre aveva egli almeno una memoria, una reliquia, quel rosario con cui tante volte certo aveva ella pregato, ne aveva ora viste le ritratte sembianze, ma del padre non gli restava nulla, nulla affatto, nè aveva pure alcuno che glie ne potesse parlare. Ardentissimo desiderio gli nacque di sapere qualche cosa di più sul conto di lui; domandò se il marchese era tuttavia in casa e se a lui poteva presentarsi, e venuto in presenza dello zio espose le sue legittime brame a questo riguardo.

— Avete ragione: rispose il marchese; tutto quello che appartenne a vostro padre dev'essere prezioso per voi ed è vostra proprietà. Ci ho un involto delle lettere che egli scrisse a mia sorella, e che questa teneva carissime: un momento volli distrurle, ma poi me ne trattenni pensando che avrei amareggiato l'anima di quell'infelice. Quelle carte debbono essere vostre, e senza indugio ve le rimetto.

Prese da un cassettino del suo stipo un pacco di carte suggellato con quattro grandi impronte di cera lacca nera e lo consegnò a Maurilio, il quale lo prese con religioso rispetto e strettolo al seno come se vi tenesse un tesoro, corse a rinchiudersi di nuovo nella sua camera.

Pose quell'involto di carte sulla tavola innanzi a sè e stette a contemplarlo a lungo come una cosa sacra, a cui non osasse, credesse una profanazione accostar la mano. Ecco tutto quanto gli rimaneva di suo padre! ecco quanto avrebbe potuto aver mai di lui! Di aprire quel plico e leggere i fogli contenutivi, aveva egli il diritto? Certo che sì. Da quelle carte doveva sorgere innanzi a lui e prendere forme più precise quella persona di suo padre, che vagamente soltanto gli si era adombrata nel racconto statogli fatto delle avventure della madre sua. Una nobile figura era quella che già aveva intravvista; quanta più venerazione avrebb'egli avuto per essa, quando più precisamente le si fosse palesata! Tutto l'amor suo figliale, sinora egli aveva concentrato nel pensiero della madre soltanto; avrebbe d'or innanzi volto quest'affetto alla memoria del padre eziandio, nè quell'immenso che sentiva per la donna a cui doveva la vita se ne sarebbe perciò sminuito pure d'un punto.

Ruppe finalmente i suggelli ed aprì il plico: una ineffabile commozione gli faceva tremar la mano. Era la raccolta di tutte le lettere d'amore che Maurilio Valpetrosa aveva scritte alla marchesina Aurora, dalla prima in cui le svelava con ardentissime parole l'affetto suo a quell'ultima che prima di recarsi al duello aveva egli affidata al tristo Nariccia, e nella quale, dicendo alla moglie d'aver confidenza nell'ipocrita scellerato che tanto bene aveva saputo fino all'ultimo ingannarlo, dava alla donna dell'amor suo con parole di tenerezza infinita l'estremo addio, la benedizione del moribondo.