Nel primo gettar gli occhi su quegli scritti, Maurilio provò una strana sensazione: non glie ne parve ignota la calligrafia, ma non seppe dirsi di subito nè come, nè dove, nè quando l'avesse vista mai. Forse non era che una vaga rassomiglianza: e in quel momento l'emozione del suo animo fu tanta, che non ebbe agio a considerare freddamente questa circostanza. Cominciò a leggere quelle lettere con avida curiosità insieme e con riverente affetto, e l'interesse di quella lettura non gli lasciò più per allora pensare ad altro. Palpitò alle affocate espressioni d'una passione che per tanti versi riproduceva quella ch'egli aveva giurato soffocare nel cuor suo; arrossì ed impallidì a volta a volta pel tumultuar del sangue; pianse su quell'ultima lettera dell'amante e marito ucciso in duello, sulla quale rimanevano le traccie delle amare lagrime versate leggendola dalla vedovata donna.

Gran parte della notte passò egli leggendo e rileggendo quelle carte, passeggiando per la stanza, la mente confusa per troppo accavallarsi di pensieri, rifacendo colla sua fantasia quel passato di cui aveva ora primamente innanzi a sè le traccie, ricostruendo quel doloroso dramma del quale gli si presentavano ora le linee principali. La figura di Maurilio Valpetrosa non aveva certo perduto nel concetto del giovane per quella lettura: aveva preso un aspetto di amorevolezza generosa, di franca e soave bontà, quale possono avere soltanto le anime elette. Di tutto quello che veniva apprendendo de' genitori suoi, Maurilio era fiero, era superbamente lieto.

— Oh padre mio! oh madre! chè non posso io coll'amor mio compensarvi in parte di quello che avete dovuto soffrire! esclamava egli con dolci lagrime negli occhi. Ma farò ogni mio possibile sforzo — lo giuro per la vostra memoria — affine di rendermi in tutto degno di voi!

Una dolce stanchezza ora lo occupava: dall'anima erano partite tutte le torbide sensazioni, le dolorose e pugnaci emozioni. Un assopimento, ristoratore tanto della mente e dell'animo, quanto delle membra e dei sensi, lo invadeva pian piano, come il dolce influsso d'un tepido ambiente che lo avvolgesse. Egli sedeva al suo scrittoio colle lettere aperte davanti; prese in mano quell'ultima così mesta e rassegnata e dignitosa e forte nel suo dolore, la guardò ancora cogli occhi già imbambolati dal sonno che cadeva, come se volesse imprimersene i caratteri nel cervello per averli presenti anche nel sogno, la baciò e poi reclinato il capo sulle braccia e le braccia su quelle carte preziose, tranquillamente si addormentò.

Fu senza sogni e placido il suo sonno; ma ad un punto, chi l'avesse mirato dormire, avrebbe visto la fronte corrugarglisi come per dolorosa subita impressione ricevuta: il suo corpo si riscosse, ed egli svegliato di botto rizzò il capo e la persona in sussulto. Quanto avesse dormito non sapeva; ma la candela era di molto consumata. Maurilio si prese il capo fra le mani e stette un momento come per riconoscersi, come chi ha ricevuto sul cranio un colpo poderoso e ne rimane per un poco intronato. Che cosa era successo? Nel più profondo del suo sonno, come se alcuno avesse potuto susurrarglielo direttamente al cervello, eraglisi presentato un sospetto circa quella somiglianza di scrittura che fin dalle prime aveva creduto notare nelle lettere di Valpetrosa. Parve che quei caratteri, cui egli aveva prima d'addormentarsi così intensamente osservati, nella quiete della mente prodotta dal sonno, trovassero pure alla fine quell'angoluccio in cui era riposto il sovvenire di quei simili già visti dal giovane, e lo tirassero innanzi a presentarglielo ad un tratto chiaro e preciso.

— Possibile! esclamò egli liberando poi la testa dalla stretta delle sue mani, ed afferrata una di quelle lettere l'accostò vivamente alla candela a farci piovere su la luce gialliccia di quella fiammella. Non c'era da aver dubbio. Come aveva egli fatto a non riconoscer subito una cosa sì evidente? Quella scrittura era affatto identica a quella della lettera strappata che a Gian-Luigi era stata posta nelle fascie quando abbandonato nel pubblico ospizio dei trovatelli, a quella di quell'altro biglietto che da poco tempo Gian-Luigi aveva acquistato e non aveva detto dove, lettera e biglietto che pochi giorni prima soltanto Maurilio aveva potuto minutamente ed attentamente esaminare.

Che voleva dir ciò? Come uno scritto di Valpetrosa era stato messo per contrassegno di riconoscimento a Gian-Luigi infante? Chi era dunque colui? Ed egli, Maurilio, chi era? Gli tornò in mente l'apparizione che aveva avuta al villaggio: ricordò quel segno negativo che aveva creduto intravvedere. Ma allora?... La conclusione lo spaventò. Che si doveva fare? Una paura ed una smania nello stesso tempo lo afferrarono, di venire in chiaro della verità. Decise cercare di Gian-Luigi, rivedere quegli scritti, confrontarli colle lettere di colui che già non osava più dire suo padre, ed appurata meglio la cosa risolver poi.

Appena fu venuto il mattino uscì del palazzo e corse all'abitazione di Quercia: questi dormiva ancora e il domestico non lasciò entrare Maurilio: gli disse tornasse fra due ore. E giusto due ore o poco più dopo che il giovane era uscito dal palazzo Baldissero, si presentava nell'anticamera di questo Padre Bonaventura, chiedendo urgentemente di parlare al marchese. Il frate veniva senza indugio introdotto e un lungo colloquio aveva luogo fra il fratello della marchesa Aurora e il confessore di Nariccia, imperocchè Padre Bonaventura veniva allora allora dall'aver udito in confessione il vecchio usuraio moribondo.

CAPITOLO XIX.

Quando Maurilio tornò alla casa di Gian-Luigi ebbe ancora in risposta dal mariuolo che faceva da domestico, il dottor Quercia non esserci e di tutto quel giorno non potersi vedere perchè gli era giorno troppo solenne, in cui aveva troppo da fare per accogliere chicchessia. Così dicendo il servitore esaminava Maurilio con ostile diffidenza di cui il giovane s'accorse. Il medichino che si sapeva circondato dalla sorveglianza e dallo spionaggio della Polizia aveva raccomandata la massima cautela a tutti i suoi seguaci e dipendenti; quella mattina, quando il domestico avevagli detto che un giovane in ora così mattutina era venuto per parlargli, Gian-Luigi, a cui la descrizione fatta dal servo non aveva fatto pur nascere in mente che quell'individuo dalle guancie pallide, dall'aria cupa e dagli sguardi tenebrosi di cui gli si diceva fosse Maurilio; Gian-Luigi aveva dato ordine lo si mandasse a quel paese s'e' fosse ritornato.