Maurilio entrò più timido ed impacciato che mai. Appena dentro a quella stanza, in presenza di quel giovane pallido e nel suo pallore più leggiadro, lo assalse il pensiero ch'egli amava Virginia e n'era riamato, e questo pensiero accrebbe il suo turbamento; gettò uno sguardo sul giacente, e negli occhi di lui vide una diffidenza ed un sospetto che lo offesero senza dargliene coraggio. Annaspò le parole per ispiegare la ragione della sua venuta e cominciare il suo discorso e non seppe trovar cosa che valesse.

Il suo contegno era dunque tale da ispirar poca fiducia anche in chi non fosse mal prevenuto a suo riguardo. Il sor Giacomo, che si trovava presso suo figlio, credendo alla sua presenza doversi attribuire la difficoltà di parlare in Maurilio, volle partirsi; ma il giovane lo pregò anzi rimanesse perchè le cose che aveva da dire era opportunissimo le udisse egli pure. Allora chiamò in aiuto tutto il suo coraggio e saltò a pie' pari in mezzo dell'argomento. Narrò dell'infanzia sua e di Gian-Luigi: chi fossero ambedue, d'onde venissero, come allevati; disse dei veri rapporti del suo compagno col medico che l'aveva fatto allevare, dell'ingratitudine di lui verso la donna che lo aveva nutrito, della misteriosa sorgente di quei denari che ora il sedicente dottore spendeva e spandeva, delle attinenze ch'egli stesso, Maurilio, aveva scoperto avere Gian-Luigi colla feccia della plebe, quando era entrato per caso nella taverna di Pelone, ripetè le proposte che l'antico suo camerata era venuto a fargliene, svelò a Francesco che quello era il misterioso personaggio il quale, come aveva rivelato Mario Tiburzio, nella progettata insurrezione doveva recare il soccorso della sommossa plebea, il quale poteva perciò dirsi il promotore ed il risponsabile di quella medesima riotta di cui essi, i Benda, erano rimasti vittime.

Padre e figlio si guardavano meravigliati, incerti, più increduli che altro; nè sapevano ancora qual risposta dare, qual risoluzione prendere, quando nella camera vicina venne udito il passo affrettato e deciso d'un uomo, poi la porta s'aprì vivamente e comparve sulla soglia Luigi Quercia medesimo, con una fiamma terribile di sdegno e di minaccia nell'occhio nero, con un fremito di furore che ben dominava egli tuttavia, ma che stava per prorompere.

CAPITOLO XX.

Gian-Luigi aveva, si può dire, ammaliato tutta la famiglia Benda; mercè i falsi documenti aveva provato al padre di Maria tutto quello che aveva voluto, mercè l'appassionato amore che aveva desto nell'animo della fanciulla era riuscito ad aver questa efficace aiutrice al suo disegno: sposarla e partire, aveva i congiunti indotti a consentirvi. Quella mattina in cui Maurilio s'era risoluto a quel dilicato e difficil passo, Quercia recavasi ad ora più presta del solito dalla sua sposa, quando nel passare innanzi alla loggia del portiere venne da questo avvertito che un cotale con sembianza di questo e quel modo, chiesto prima di lui, aveva poscia ottenuto d'essere accolto dall'avvocatino, a cui affermava aver cose importantissime da dire, mercè un biglietto scrittogli nello stesso camerino del portinaio.

Quercia, che sospettoso era e sempre in sulle guardie già per natura, e che tanto più era divenuto cauteloso e diffidente in quegli ultimi giorni in cui stava giocando col suo destino l'ultima posta, temette di subito in quel visitatore un nemico, un accusatore, un rivelatore di verità che troppo a lui interessava rimanessero ignote. Dalle risposte che Bastiano diede alle sue numerose, pressanti, rapide interrogazioni, venne egli a concepire il sospetto che quello fosse Maurilio, e l'intromettersi di costui egli non dubitava il meno del mondo non volesse essere in suo favore. Salì affrettatamente, entrò improvviso nella camera di Francesco dove aveva inteso essere quel cotale. Veduto Maurilio e l'espressione della faccia di lui, veduto con un sol colpo d'occhio il contegno dei Benda, badato al silenzio pieno d'impaccio che successe alla sua venuta, Quercia capì che tutti i suoi sospetti avevano ragione, che in Maurilio eragli ora sortogli innanzi un ostacolo cui bisognava levare e tosto, a prezzo anche di schiacciarlo. Il furore che aveva cominciato a sobbollire nella sua fiera anima impetuosa al primo dubbio di quel pericolo, si levò potente ed efferato, ma la sua volontà più forte d'ogni cosa riesciva a dominarlo tuttavia e, per dir così, regolarlo. Incrociò le braccia al petto e camminò lentamente verso Maurilio guardandolo fiso con occhio feroce, di cui la significazione ben era chiara al giovane commosso.

— Sconsigliato, diceva, osi tu venirti a porre inciampo sul mio cammino? Sai pure che vo' giungere alla meta che mi assegno, e chi mi si oppone infrango.

Maurilio chinò innanzi a quelli di Gian-Luigi i suoi occhi, e dal rispettivo contegno di que' due parve nel primo fosse il colpevole, nel secondo l'autorevole accusatore.

— Che cosa è che succede qui? domandò poscia Gian-Luigi levando lo sguardo dal suo compagno d'infanzia e facendolo scorrere sicuro, investigatore, un po' stupito e quasi offeso sopra i Benda padre e figlio. Se bado al vostro contegno, o signori, se argomento dalla presenza e dall'imbarazzo di costui devo credere che son giunto a tempo per udir cose che mi riguardano.

Il tono con cui egli pronunziò la parola costui accennando con un moto disdegnoso del capo a Maurilio era così pieno di superbo disprezzo, che Maurilio si sentì come una sferzata traverso la faccia; arrossì egli, impallidì, levò lo sguardo col proposito di cimentarlo contro lo sguardo di Gian-Luigi, ma non potè reggere allo scontro e riabbassò le pupille sentendosi nell'anima un'angoscia, nel petto un affanno che era pena, che era sgomento e che gli faceva temere fosse per assalirlo uno svenimento.