Quercia continuava con più fierezza:
— E poichè gli è questo cotale che vien qui a parlare di me, ben posso già indovinare fin da prima di che fatta discorsi egli ha osato tenere ed a che scopo egli mira. Or bene, parla in mia presenza, miserabile, se l'ardisci, e ripeti, continua e compi le calunnie che ti sei determinato a vomitare a mio carico.
Maurilio sussultò sotto il fiero oltraggio. La soverchia offesa per effetto di reazione gli diede un po' di coraggio: levò risoluto la testa, un lieve rossore salì alle sue guancie macilente che s'erano fatte color della cenere, ardì volgere e tener fisso lo sguardo sul volto leggiadro ed ora spaventosamente feroce di Gian-Luigi, sulla cui fronte era incavata quella ruga caratteristica, fatale contrassegno del suo furore. Il medichino, egli, guardava il suo avversario con quel modo con cui il domatore di belve guarda la tigre che accenna rivoltarglisi, con quel modo con cui aveva fissato Stracciaferro, prima di domarlo colla forza delle membra, quando l'assassino aveva voluto resistergli. E forse Maurilio ora dallo sdegno del vivo affronto ricevuto avrebbe attinto abbastanza coraggio per reggere a quell'urto, se in quel momento, per sua sventura, una nuova impressione non gli fosse stata prodotta dalla vista delle sembianze di Gian-Luigi. Benchè animata allora da quel profondo sentimento d'odio e di furore, la beltà scultoria delle fattezze di lui non ne veniva punto alterata, e quella beltà nella memoria di Maurilio trovava riscontro in altri stupendi lineamenti di viso umano visti, contemplati, vagheggiati con attenzione, con espansività d'affetto da poco tempo, la sera precedente soltanto: i lineamenti dipinti nel ritratto della contessa Aurora di Castelletto, ch'egli aveva ammirato, innanzi a cui era rimasto con profonda emozione stampandosene i tratti nell'anima perchè credeva stamparvisi i tratti del volto della propria madre. Era innegabile, evidente a chiunque vi ponesse attenzione, la rassomiglianza fra le sembianze di Gian-Luigi e quelle del ritratto. Egli rassomigliava assai più alla defunta contessa di quello che le rassomigliasse Virginia; e nella rassomiglianza alla madre era un punto di contatto fra le sembianze della contessina e quelle del sedicente dottore, punto di contatto che sfuggiva a chi non paragonasse i loro volti a quel terzo termine di confronto. Maurilio non dubitò menomamente più che gli stesse dinanzi il vero figliuolo della sorella del marchese di Baldissero e di Maurilio Valpetrosa, e ciò lo rese turbatissimo, più che non fosse ancora stato fino allora in quella scena difficile e penosa.
Con qual fronte resistere egli a colui, venirsi a fare accusatore e procurare l'infamia e il danno di colui al quale egli, innocentemente è vero, era venuto a togliere il grado, il nome, la fortuna? In presenza di questo strano avvenimento qual era ancora il suo dovere? Le idee gli si abbuiavano a questo riguardo, e la commozione, la meraviglia, il dispiacere non gli consentivano prontezza nessuna d'avviso. E lo turbava quel rapporto di lontana somiglianza che gli appariva fra i tratti di Gian-Luigi e quelli di Virginia; in mezzo a quei tanti sentimenti che gli tumultuavano nell'anima, egli si sorprendeva a raccogliere tutta la sua attenzione nell'investigare in che consistesse la parità e la differenza fra quei due volti a così diverso titolo cotanto impressi nella sua mente, a cercare sotto i tratti di lui quelli adorati della fanciulla.
Ogni parola venne meno alle labbra tremanti di Maurilio, ogni voce mancò alla sua gola serrata.
Giacomo Benda credette allora ufficio suo ricapitolare in breve quanto il giovane era venuto sino allora esponendo. Quercia, che dominava sempre più il suo furore, benchè questo punto non scemasse, ascoltava con un sogghigno di fiero disprezzo, qual può avere innanzi alla più vile calunnia l'innocenza superba e superiore ad ogni arrivo d'oltraggio.
— Mirabile ed accorto tessuto d'infamie! esclamò egli poi con vece fremente, che, quantunque contenuta, vibrava come il suono chiaro e squillante d'una tromba. La calunnia vi è tanto meglio architettata che si prende a base una parte della verità. Che io sia stato allevato al villaggio e con costui, ve lo dissi io stesso; che la donna la quale mi fu nutrice viva colà modestamente della vita che sempre fece e le piacque fare, è pur vero, perchè le sorti in cui ella è nata e in cui visse pur sempre non le piacque mutar mai per quante istanze glie ne facessi; ma costui medesimo, che ora mi accusa, videmi, non son passati che pochi giorni, recarmi io stesso colà a riabbracciar quella donna, a recarle un migliaio di lire, a fare per lei tutti quegli atti che verso una madre ad un figlio amoroso s'addicono: e sfido l'impudenza di questo sciagurato a darmi una smentita.
Fece una pausa; Maurilio avrebbe voluto parlare, ma la lingua gli aderiva al palato, le labbra gli parevano irrigidite, non un soffio di voce glie ne venne alla gola.
Gian-Luigi riprendeva:
— Sì, io ho partecipato ai folli sogni della redenzione della patria di quell'animo intemerato che è Mario Tiburzio; come voi pure, Francesco, vi avete partecipato; sì, io offrii a quella santa causa il concorso della plebe, perchè mi feci l'illusione che per mezzo di parecchi fra essa che mi sono devoti per affetto di gratitudine, avrei potuto guidarla a mio talento, ma coll'empie passioni demagogiche del proletario io non ebbi nulla mai che fare; fui visto, è vero, da codestui in una miserabile stamberga di bettola, vestito da popolano, e fu ventura che arrivassi a tempo a salvare chi ora si fa mio calunniatore, dall'ira di operai ch'egli aveva, non so come, provocata; ma s'io m'immischio colla povera gente e talvolta vestito de' loro abiti per non dar loro nè soggezione, nè antipatia, nè sospetto, penetro nei luoghi dei loro ritrovi, come nelle miserabili loro abitazioni, si è perchè ricco e disoccupato com'io sono, volli a me stesso imporre un còmpito: quello di soccorrere i miei fratelli nella miseria, in quella miseria che sarebbe pure stata mio destino se l'intravvento di quel mio protettore, se il rimorso de' miei nemici non avesse poscia in parte riparato al male che fu fatto al povero fanciullo. Io vado recando agli infelici che soffrono di fame, di malattia, di disperazione, non poco dell'oro della mia borsa, il contributo della mia scienza, il conforto d'un'amica parola. Ecco il modo onde acquistai attinenza e sperai aver acquistato influsso in quel mondo tenebroso ed agitato che sobbolle come una minaccia sotto i piedi delle classi agiate — di noi. Quando a costui favellai de' miei intendimenti a tal proposito, non dissi altro che questo. Ancora una parola e finisco, sdegnoso e vergognato d'avermi avuto a difendere da tali accuse e da tale accusatore. Questi fu sempre mio nemico, perchè l'invidia lo rose pur sempre dei successi dovuti in parte ad una fortuna — lo confesso — che forse è compenso datomi dalla Provvidenza, ma in parte eziandio alla mia attività ed intelligenza. Quelle passioni di cui egli accagiona me, fremono nel suo animo inasprito, feroce insieme e codardo. Ora mi ha visto presso a metter la mano sulla più cara felicità che uom possa desiderare. Ha voluto venir cacciare frammezzo l'arte sua di malevolo. Ma di quanto io dissi sul conto mio, di quanto vi affermai di essere, io diedi prove di documenti; or dica egli se pur di una delle sue accuse può dare una sembianza di prova.