— È giusto. Voi avete tanto merito in questa faccenda che a voi si spetta appunto il badare che la si conduca a buon termine. Del resto avete reso un sì gran servigio e ci avete posto tanto zelo che saprò raccomandarvi a chi si conviene perchè ne abbiate degno compenso. Intanto aiutatemi a frugare qui in mezzo se si trovano quelle certe lettere di quella tale signora che vi ho detto..... O forse le avete voi trovate nella palazzina?
Barnaba rispose di no: nemmeno fra le carte di quel gabinetto segreto non si trovarono le lettere che si cercavano, e che il lettore ha già indovinato esser quelle della contessa Candida Langosco di Staffarda. Si sperò allora che le si sarebbero rinvenute fra le carte che agenti speciali avevano sequestrate al domicilio abituale di Quercia e in quelle altre camere che egli teneva qua e là per la città, e di cui Arom aveva del pari rivelato l'indirizzo.
Presi seco i documenti più importanti; assicurata ben bene la custodia dei locali e d'ogni cosa; dato ordine si traducessero in carcere il bettoliere Pelone che invano invocava tutte le Madonne e tutti i Santi del Calendario a protesta della sua innocenza, e quegli altri che erano stati arrestati nell'osteria, il Commissario e Barnaba salirono nella palazzina del medichino, traendosi dietro ammanettati Stracciaferro e Graffigna.
Gian-Luigi giaceva sempre sul pavimento, legato braccia e gambe, immobile, muto, l'occhio nero fisso innanzi a sè, la fronte corrugata a suo modo, un'espressione d'indomabile energia nel volto. Quando vide entrare i due agenti della polizia, que' suoi occhi ardenti li saettarono con uno sguardo d'ira feroce; visto dietro di loro i galeotti, suoi complici, trascinati dai carabinieri e dalle guardie, le sue pupille presero fugacemente un'espressione di disappunto rabbioso, di rampogna, di comando, poi divennero profondamente indifferenti.
Il Commissario si accostò al medichino con passo piuttosto sollecito, come spinto dalla vivace curiosità; gli si fermò a' piedi, guardandolo attentamente, incrociando le sue braccia sul petto sporgente ed abbottonato fino al collo del suo soprabito, il mento sostenuto al solito alle stecche dure del cravattone, gli occhi felini, sfavillanti al fondo della larga tesa del cappello abbassato sul fronte da coprir le ispide e folte sopracciglia grigiastre. Il medichino concentrò tutta l'attenzione delle sue pupille su quel volto burbero che gli si piantava dinanzi in alto di quella lunga, impalata, impettita persona. Non c'era nel suo sguardo e non nella sembianza la menoma vergogna nè la menoma paura: una sicurezza che poteva dirsi impudenza; quasi una sfida a quel potere che l'aveva vinto, a quella autorità che lo teneva ora in sua balìa.
Si sarebbe potuto credere che il signor Tofi dicesse qualche aspra parola di vanto dell'ottenuta vittoria, od uscisse fuori con qualche ironico cenno intorno al colloquio che avevano avuto insieme pochi giorni prima; forse il giacente medesimo se l'aspettava, e nel contegno aveva già posta per ciò tutta quella disdegnosa audacia con cui si preparava a rispondere; ma invece il Commissario non disse pure una parola; stato alquanto a contemplarlo con osservatrice e non niquitosa attenzione, si volse poscia a Barnaba, e disse a mezza voce, come risultamento del suo esame e del suo meditare:
— Un'anima da demonio, una volontà di ferro, ed un corpo da Adone..... Sicuro che c'era da far girar le teste di tutte le donne di questo mondo.
Gian-Luigi fece uno sprezzoso sogghigno e volse gli occhi ad altra parte.
— Accostatevi: disse Tofi a Stracciaferro ed a Graffigna, tornando a tutta la brusca e fiera imperiosità del suo accento.
I due assassini, spinti alle spalle dai carabinieri, fecero pochi passi innanzi verso il luogo dove giaceva il loro capo.