— Conoscete quest'uomo? domandò loro il Commissario, additando il medichino.
Stracciaferro e Graffigna abbassarono gli occhi sul volto del giacente; il primo con quel suo piglio stupido d'uomo fatto mezzo scemo dall'abuso dei liquori, il secondo con tutta la penetrazione maliziosa del suo sguardo intelligente. Gian-Luigi li guardò egli con perfetta indifferenza, come per dire: «Rispondete un po' come vi pare, che per me gli è affatto uguale.» Graffigna pensò che in ogni caso il silenzio val sempre meglio di qualunque parola, e deliberò tacersi; Stracciaferro che non aveva consiglio proprio, guardò Graffigna, e vistolo tener chiusa ermeticamente la bocca, stè zitto ancor egli.
— Conoscete costui? ripetè il signor Tofi con più ruvido e minaccioso accento; ma nè anche questa seconda interrogazione non ebbe l'onore d'una risposta.
— Bene! esclamò egli: razza di cani, parlerete più tardi; oh ve lo assicuro io che parlerete... Ora conduceteli in prigione.
I due galeotti furono menati via.
— Slegate le gambe a quell'uomo: comandò il Commissario accennando al medichino con una mossa del capo.
L'ordine fu tosto eseguito.
— Potete camminare? domandò allora il signor Tofi.
— Desidero una carrozza; rispose il medichino con tono di orgogliosa superiorità: me la volete concedere?
— Potete camminare? ripetè ruvidamente il Commissario.