Gian-Luigi era arrivato pur allora e stato rinchiuso in una delle segrete delle torri. Fino a che era stato in presenza di gente, la sua faccia aveva conservata una tranquillità quasi sprezzante, una fierezza quasi minacciosa: ma quando fu rimasto solo, al buio in quella piccola cella, di cui udì chiudersi con infausto rumore le serrature e tirarsi i catenacci alla porta, dritto in mezzo alla carcere, la sua fisionomia ebbe un'espressione di spasimo, di disperata rabbia, di selvaggia ferocia che avrebbe fatto paura e pietà a chi l'avesse potuto vedere. Sollevò verso la volta le sue mani ancora strettamente legate ai polsi e ruppe in orribili bestemmie.
— Ecco: si disse: tutto è finito. Stolto ch'io fui! Non ho saputo evitarla questa sorte che superbamente mi dicevo non sarebbe mai stata la mia. Qui fanno capo tutte le mie audacie e tutti i miei sogni!... E non ho nemmeno saputo uccidermi!...
Pensò scaraventarsi col capo contro la muraglia ed infrangervisi la cervice: ma era tanto buio là dentro che non si vedeva abbastanza per misurare il colpo e l'aire. In quella udì riaprirsi le varie serrature e i chiavistelli dell'uscio, una luce rossiccia penetrò nel carcere, e gli si disse che doveva comparire innanzi al Commissario. Egli aveva ricomposto il suo volto alla superba calma di prima.
— Il vostro nome? gli domandò Tofi squadrandolo col suo burbero sembiante.
— Lo sapete: rispose brusco Quercia stando innanzi all'interrogatore colla mossa di un principe.
Il Commissario proruppe coll'accento che intimoriva qualunque:
— Ah! non vi crediate di fare il bell'umore con me, chè sono capace di ridurre alla ragione anche voi.
Gian-Luigi levò le sue mani legate all'altezza dei suoi occhi e si mise a guardare le profonde incavature livide e sanguigne che gli facevano nella carne le cordicelle.
Tofi vide quell'atto; diè una volta per lo stanzino, e chiamò dalla prossima camera una guardia con voce minacciosa e tonante.
— Slegate il prigioniero: disse bruscamente alla guardia che accorse.